RASHEDIYYE – “Questa è una questione palestinese e la risolveremo. Siamo pronti a combattere per annientare Fatah al Islam e se loro ci batteranno allora l’esercito libanese potrà entrare nei campi profughi e fare quello che non siamo riusciti a fare noi”. Sultan Abu Alaynen, comandante di al Fatah in Libano non ha mezze parole. E’ furioso, una vena sulla fronte gli pulsa furiosamente mentre il suo telefono continua a squillare: “Mettetevi in posizione, vi stanno arrivando armi e rinforzi, restate uniti e se dovete difendervi fatelo, ma niente azioni senza un mio ordine”, urla Alaynen a qualcuno dall’altro capo del telefono pronto a combattere nel campo profughi di Naher al Bared dove dopo due giorni non ha retto la fragile tregua sigillata tra l’esercito libanese e Fatah al Islam, un movimento radicale legato ad al Qaeda che si è asserragliato nel campo palestinese. Un problema che il generale deve risolvere. Ma qualcosa sta per succedere, l’ipotesi più semplice è che lui comanderà una forza che farà quello che i bombardamenti non possono fare. Alaynen è uno della vecchia guardia, un uomo di Arafat, il suo ufficio è tappezzato di ritratti del rais. Un anno e mezzo fa, quando la Siria si è ritirata dal Libano è stato rilasciato dopo otto anni da una prigione libanese. Si trova in un campo profughi nel sud, non lontano da Tiro, fino a due giorni fa era nel nord ma le sue guardie del corpo lo hanno trascinato via quando sono arrivate indicazioni che lo volevano uccidere, sarebbe il quarto tentativo. “Quelli di Fatah al Islami sono un prodotto siriano, a partire dal loro leader, molti sono stati nelle prigioni siriane, poi all’improvviso sono stati liberati e sono finiti nei nostri campi. Hanno soldi e armi e ora vogliono anche il controllo. Non ci sta bene. Non servono la causa palestinese, vogliono solo destabilizzare il paese. Perché ora? Perché il Libano deve affrontare degli impegni, parlo della morte di Hariri, delle elezioni, ci sono pressioni internazionale, e l’unico modo per impedire che il futuro si compia è creare diversivi. Anche se domani ci liberassimo di Al Fatah, succederebbe qualcos’altro”. Non parla di cifre, non vuole dire quanti uomini sono pronti a combattere, ma secondo voci che arrivano da Naher ci sarebbero già 300 uomini pronti a combattere, un’antiguerriglia per proteggere i profughi rimasti e soprattutto far capire chi comanda. “Non possiamo tollerare altri bombardamenti a casaccio dell’esercito libanese, è comprensibile che il premier Siniora voglia sradicare il terrorismo, ma non è giustificabile radere al suolo case e colpire civili. Diciamo che quelli di al Fatah hanno alcune ore per arrendersi, poi li butteremo fuori noi. Stiamo ancora sperando che si raggiunga un accordo politico, ci sono fazioni palestinesi vicino alla Siria che non appoggiano un confronto diretto, come Hamas o Fatah al Jihad”. Il gruppo di Fatah al Islam ha detto di poter estendere la violenza in altri campi, a queste parole il generale scoppia a ridere: “Non sono tanto potenti. Stanno farneticando, se hanno cervello prendono armi e bagagli e se ne vanno”. Siete davvero pronti a combattere, perché allora li avete tollerati fino ad ora? “Il nostro destino è essere palestinesi. Siamo dei combattenti, anche se mi vedi con la cravatta, non significa che mi sia dimenticato chi sono. Questi elementi sono entrati perché ormai nei campi arriva di tutto, ci sono migliaia di persone stipate, senza opportunità e futuro. Sette mesi fa avevo manifestato il pericolo alle autorità libanesi, mi hanno guardato con un misto di preoccupazione e disinteresse, quest’ultimo ha prevalso, sono stati leggeri, fino ad ora che si sono scatenati. Non ci hanno neanche contattato per chiederci dove i militanti si nascondessero o per avere qualche indicazione, li avremmo aiutati, ma hanno preferito fare di testa loro e ora il problema dobbiamo risolverlo noi”.

Giornalista di guerra e scrittrice

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