NAHER BADER – Resa o Annientamento. E’ la promessa di Elias Murr, il ministro della Difesa libanese, che nel primo giorno di tregua lancia la sua minaccia ai miliziani di Fatah al Islami, il gruppo radicale legato ad al Qaeda, asserragliato nel campo profughi di Naher Bader. La fragile tregua per ora regge. Ma ad Ahmad questo non interessa. I suoi occhi sono vuoti. Ha otto anni e lo sguardo non è più quello di un bambino. Fino a qualche giorno fa andava a scuola, giocava in strada con gli amici, faceva arrabbiare la madre perché non tornava in tempo per la cena. Adesso giace in un letto di ospedale con un buco nel petto. I medici giurano che la ferita si rimarginerà, che è stato fortunato, sono riusciti a fermare l’emorragia provocata dal proiettile del cecchino che lo ha colpito. Ma Ahmed non crede di essere fortunato, i proiettili che lo hanno mancato hanno preso suo padre, sua madre e sua sorella. Tutti morti. Suo fratello più grande lo bacia in fronte, ma Ahmad non parla, non si muove, è una piccola statua di carne e ossa. Ahmad è uno dei migliaia di rifugiati che sono riusciti ad uscire dal campo di Naher Bader, lo hanno colpito proprio mentre tentava di scappare durante il secondo giorni di combattimenti. “Hanno aspettato che scendessero dall’autobus che doveva portarli fuori – racconta una donna anche lei fuggita e che ora tiene compagnia ai bambini ricoverati – e hanno cominciato a sparare su di noi. Eravamo solo famiglie che volevano allontanarsi dagli scontri”. L’ospedale di Safad nel campo profughi palestinese di Badaoui accanto a quello di Naher ieri ha accolto 87 feriti, molti sono stati medicati e dimessi, altri erano donne incinte che per la paura hanno partorito, tre delle quali hanno perso il bambino. “La situazione è tremenda. Una nakba, una catastrofe – ci dice il dottor Mahmoud Rashid, chirurgo e vicedirettore della struttura sanitaria – abito a Naher e solo oggi sono riuscito a uscire, non c’è acqua non c’è elettricità, non c’è più cibo”. I profughi sono arrabbiati, raccontano di bombardamenti indiscriminati. Al campo di Naher la distruzione ha cambiato il volto di quello che ormai era diventato un paese di 40 mila persone. Non è tanto il centro ad essere stato colpito quanto la fascia esterna dove le case giacciono accartocciate. “I militanti non stanno fissi in un palazzo, bombardare non li stanerà – spiega il medico – certo che li conosciamo ma non ci mischiamo con loro, sono palestinesi, sauditi, yemeniti, siriani, si sono piazzati qui da noi armati senza che noi potessimo difenderci”. L’esercito libanese per legge non può entrare nei campi palestinesi. “Sono stanco di essere un arabo, di tutte queste guerre, di questo passato che ci portiamo addosso come una condanna”, sospira Nibar Al Bashir, possiede un negozio di mobili all’interno del campo e un proiettile lo ha colpito poco dopo l’inizio dei combattimenti, era a casa stava correndo sul tetto per dire al suo fratellino curioso, di scendere. Se ne sta sdraiato su un fianco perché il proiettile nessuno ha ancora avuto il tempo di estrarlo, “non è che si può chiamare qualcuno in Italia che mi possa aiutare a venire via?”. Tripoli ad un tiro di schioppo è una città deserta, i profughi fuggiti in auto, pulmini, a piedi sventolando stoffe bianche, hanno trovato rifugio nelle scuole e nei campi vicini. Intanto a Beirut, Elias Mur promette “resa o annientamento”, mentre il premier Fuad Siniora ha chiesto 200 milioni di dollari agli Stati Uniti. “Ci faranno uscire tutti e poi raderanno il suolo le nostre case? Scoppierà il finimondo, i palestinesi sono 400 mila in Libano”, commenta il dottor Rashid originario di una Palestina che conosce solo attraverso i ricordi dei suoi genitori. “Nessun palestinese o fazione palestinese accetterà di vedere la propria gente massacrata – afferma Sultan Abul Aynayb, il capo di Al Fatah (il partito politico) in Libano – è in corso una punizione collettiva”.  E proprio nelle fazioni politiche palestinesi potrebbe racchiudersi la soluzione di questa complessa facenda, secondo fonti palestinesi, si starebbe formando un’antiguerriglia che dall’interno potrebbe combattere quelli di Al Fatah al Islam, ma c’è già chi pone il problema successivo: mandati via quelli di al Islam chi disarmerà gli altri?  

Giornalista di guerra e scrittrice

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