INCROCIATORE GARIBALDI – La notizia rimbalza di prima mattina tra i tavoli della mensa dove i vassoi passano di mano in mano e le tazze del primo caffè della giornata vengono sorseggiate: “Sono stati feriti due militari italiani”. Il passaparola è veloce. Si saprà solo più tardi che le ferite sono lievi, quando i militari imbarcati sulla nave Garibaldi si alzano, le informazioni che arrivano sono solo qualche riga scarna mandata dallo Stato Maggiore della Difesa. Qualcuno non vuole pensarci, qualcun altro si rabbuia, qualcun altro pensa alle proprie ferite, perché c’è anche chi questi momenti li ha già vissuti e conosce la tensione, la paura, la difficoltà del recupero psicologico che quasi sempre è più lento di quello fisico. Molti non ne vogliono parlare, forse c’è qualcosa di scaramantico nel loro modo di fare, forse gli incidenti per chi fa questo mestiere sono un fatto che si mette in conto. Sull’incrociatore che al largo costeggia la Sardegna per un’esercitazione, ci sono anche militari che in Afghanistan ci sono stati. Non era un gioco come adesso dove il sud della Sardegna si è trasformato in una terra ostaggio di terroristi. Hanno costruito basi di addestramento, tentano di fare arrivare armi, un po’ come succede in Afghanistan. Ma Herat e Kabul sono reali, il sangue che scorre è vero, e la scia che lascia penetra nell’aria rarefatta delle navi che partecipano al gioco. I nomi di chi è stato in missione nella terra dei fiumi traboccanti e delle montagne viola, per ragioni di sicurezza non possono essere scritti. Ma non importa, ognuno di questi ragazzi ha una storia, una famiglia, una moglie o una madre. La gente non li conosce, non conosce la fatica e l’adrenalina che li attraversa e sanno bene che i loro nomi vengono schiaffati sulle pagine dei giornali solo quando qualcosa di brutto succede. E’ accaduto per i due Caporal Maggiori del 151° Reggimento Fanteria Sassari. Il resto del tempo sono solo persone che dormono insieme, che condividono, pranzi, cene e pericoli.  Sono numeri, ragazzi alcuni dei quali inseguono un sogno come può essere volare, altri sperano di dare un senso ad una vita difficile e anche di avere uno stipendio. C’è un po’ di tutto per tutti. Molti hanno nomi di battaglia che gli sono stati affibbiati dagli amici, Ghostbuster, il soprannome glielo do io, nella sua tuta verde pensa all’Afghanistan dal quale è tornato esattamente un anno fa, faceva parte dell’Isaf la forza multinazionale. Sa che due suoi colleghi, anche se non sono della Marina come lui, sono stati feriti: “Da una parte mi sento vicino a loro, dall’altra vivo questo incidente con assoluta serenità perché sono, siamo professionisti consapevoli di lavorare in un ambiente difficile. Ci sono fattori di rischio, è una terra martoriata e se così non fosse non ci sarebbe bisogno di noi. Invece siamo lì e contribuiamo a metterla a posto e questo mi rende una persona orgogliosa”. Di sicuro non è facile, partire e scomparire per mesi, lasciare a casa le famiglie e fare il proprio lavoro ben sapendo che anche se la popolazione è contenta, c’è chi non li vuole. “I miei familiari vivono il mio lavoro con calma, gli incidenti sul lavoro sono possibili, in qualsiasi mestiere, ma siamo ben equipaggiati e ben addestrati”. Un suo collega, sposato con un figlio sta per lasciare la nave con un elicottero ritornerà solo più tardi quando avrà completato la sua missione virtuale, anche lui in Afghanistan c’è stato per davvero, ed è stata la prima missione all’estero dove ha messo piede a terra invece di stare su una nave. E’ tornato un mese fa, dopo tre mesi e mezzo all’aeroporto militare di Kabul “L’Afghanistan è un paese che ti entra dentro. La gente ha bisogno di aiuto, e noi con loro abbiamo costruito un buon rapporto, vogliono uscire dal passato e solo il fatto di vedere che c’è qualcuno che ti ringrazia per quello che fai, ti appaga di tutti i sacrifici e della lontananza dalla famiglia”. Chi respira la polvere di Kabul o Herat, chi ha anche solo per una volta visto le montagne o guardato negli occhi verdi degli afgani, ne viene rapito. “Per me l’Afghanistan è un ricordo – incalza Ghostbuster – era Nawruz (capodanno, il 21 marzo) e noi eravamo in attività di ricognizione per assicurare la cornice di sicurezza. Era una data particolare e ci si aspettava un’ondata di attentati. Dall’alto dell’elicottero osservavo Kabul e vedevo bambini che giocavano a palla, le famiglie che si muovevano per andare a fare un picnic, volavo e pensavo che solo qualche anno prima con i talebani era vietato fare festa. Anche solo per questo era importante essere lì. Quella sensazione di normalità, per noi di solito scontata, per gli afgani era un dono, e questo dono, noi lo stavamo proteggendo”.   

Giornalista di guerra e scrittrice

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