SHARM ER SHEIK – Per non farli incontrare potevano esserci tanti motivi, alcuni per fino buoni, ma nessuno a Sharm immaginava che una scollatura potesse essere fatale per Usa e Iran. Quello che non ha fatto minacce, accuse, rimproveri, lo ha compiuto una donna che ha fatto fuggire a gambe levate il ministro degli Esteri iraniano: due giorni fa, all’hotel Sheraton, il ministro degli esteri Egiziano ha offerto una cena di gala per gli altri ministri dopo una giornata di discussioni, di lavori, approdata nella firma del piano quinquennale per lo sviluppo economico e politico dell’Iraq. Gli impegni erano stati presi, mani si erano strette, una bella e rilassante cena non poteva mancare. In un angolo del ristorante una bella russa vestita di rosso suonava il violino intrattenendo gli ospiti con la sua dolce musica. Il ministro degli Esteri iraniano Mottakì doveva sedersi di fronte a Condoleeza Rice, il segretario di Stato americano, nessuno dubita che ci fosse una strategia precisa nell’assegnazione dei posti, ma non è servita, la natura procace della musicista ha forzato quel destino che gli egiziani avevano cercato di controllare. La Rice non era ancora arrivata che al Mottaki inorridito dalla discinta violinista si è alzato e se ne andato. Da quel momento in poi non ha potuto fare altro che assicurare che non se n’era andato per non vedere la Rice. “A quella cena non sono stati rispettati gli standard islamici”, ha detto Mottaki, chiedendo poi scusa alla controparte egiziana. Poco male, i sorpresi convitati si sono consolati con un bicchiere di vino che sempre per gli standard islamici sarebbe stato vietato se l’iraniano non se ne fosse andato. “Non sono sicuro di quale donna fosse impaurito, se della Signora in Rosso o della Segretario di Stato”, ha ironizzato il Sean McCormack, il portavoce del Dipartimento di Stato americano. D’altra parte in ogni conferenza che si rispetti non può mancare l’incidente diplomatico, e poi alla fine anche se da lontano, i due si sono parlati lanciandosi lievi ma precise accuse. “L’asse terrorismo e occupazione è all’origine di tutti i problemi dell’Iran”, ha affermato l’iraniano contrario alla presenza americana in Iraq. “Invece di dire quello che dobbiamo fare noi, dovrebbero pensare a quello che possono fare per rendere più sicuro l’Iraq, come non permettere che armi iraniane arrivino fino a Baghdad”, ha sbottato la Rice. Per Mottaki i rapporti bilaterali “sono complessi, i problemi pendenti da decenni, di soluzione non facile”, ma con un apparente riferimento alla Rice, ha lodato le donne americane, più coraggiose degli uomini, “anche se poi alle parole non seguono i fatti”. Il segretario di Stato poco prima aveva affermato che il suo Paese è pronto a cambiare la politica di 27 anni con l’Iran, se Teheran si impegnerà a sospendere l’arricchimento dell’uranio. Per gli iracheni, che si sentono terreno di battaglia fra due potenze, essere riusciti comunque a farli sedere allo stesso tavolo è già un successo. “Si spera sia l’inizio di un processo”, ha detto Ahmed Aboul Gheit, il ministro degli Esteri egiziano. Le accuse reciproche tra Iran e Usa di destabilizzare l’Iraq restano immutate: gli Usa accusano gli iraniani di aizzare le violenze confessionali con i sunniti, che stanno spingendo l’Iraq verso la guerra civile. Ad ogni modo la conferenza si è conclusa: sicurezza attraverso la riconciliazione nazionale, lotta congiunta al terrorismo, reintegro di elementi sunniti del vecchio regime, investimenti, sono queste le chiavi e le soluzioni lanciate all’Iraq e ai paesi vicini dopo due giorni di lavori. Impegni per l’Iraq, ma anche per i paesi confinanti che, temono che l’instabilità dell’Iraq possa contagiare il resto della regione. In nome dell’Iraq un primo passo è stato fatto, in fondo sembra che tutti vogliano che la carneficina che si consuma abbia fine, se poi saranno capaci di rispettare gli impegni assunti in questi due giorni, è tutta un’altra questione.

Giornalista di guerra e scrittrice

One Comment on “Concluso il vertice, tante parole e in Iraq si continua a morire

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