IL CAIRO – L’Iran ci sarà. Con una mossa che ha sorpreso la comunità diplomatica internazionale, lo stato considerato “canaglia” da molti paesi occidentali, parteciperà alla conferenza sull’Iraq che si terrà a Sharm er Sheikh il 3 e 4 maggio. D’altra parte gli iraniani sono tanto parte in causa, che sarebbe stato un vertice sterile senza di loro, i risultati sarebbero stati fragili e inutili. Di colpo, ora tutto è cambiato, l’incontro è diventato carico di aspettative, soprattutto per gli iracheni che ogni giorno continuano a morire schiacciati dalla violenza. Gli iraniani hanno ceduto alle insistenze, prima delle autorità politiche irachene, seguite dalla mano tesa degli egiziani le cui relazioni si erano congelate dal 1979 con la caduta dello Shah e l’instaurazione di un regime teocratico a Teheran, e infine quella mezza tesa degli americani con il segretario di Stato Condoleeza Rice che si è detta pronta ad incontrare il ministro degli Esteri iraniano Manouchehr Mottaki. Un vero e proprio faccia a faccia tra Usa e Iran. Il rischio è quello che gli americani e gli iraniani rubino la scena alle disgrazie irachene con le loro diatribe sul nucleare e i vecchi dissidi, ma la promessa di entrambi è che nella località balneare egiziana si parlerà solo di Iraq e di come trovare una soluzione che porti verso la stabilità. “Penso sia una circostanza importante, quella della presenza iraniana e americana insieme, qualsiasi calo di tensione, avrà un impatto positivo sulla situazione in Iraq – ha detto Hoshiyar Zebari, ministro degli Esteri iracheno – non vogliamo che il nostro paese sia il campo di battaglia di altri che vogliono sistemare le loro faccende, questo ci crea danno e dolore”.  Ma le accuse reciproche, seppur solo quelle locali di una regione divisa, non renderanno i lavori semplici. Gli americani accusano gli iraniani, non solo di influenzare il governo iracheno sciita come l’Iran, ma anche di appoggiare e armare la guerriglia irachena. Gli iraniani accusano gli americani di detenere dal gennaio scorso cinque diplomatici iraniani in una prigione di Erbil, nel Kurdistan con la falsa accusa di armare la resistenza. Gli Stati arabi confinanti con l’Iraq, per lo più regimi sunniti, sostengono che l’Iran vuole conquistare e aumentare a dismisura il suo potere liberandosi dei sunniti iracheni fomentando la guerra civile. Sunniti iracheni una volta parte del regime di Saddam oggi sono stati nei migliori dei casi tagliati fuori dalla politica, se non spesso vittime degli squadroni della morte sciiti che hanno avviato almeno a Baghdad una vera e propria pulizia etnica. D’altra parte i sunniti, non certo senza colpe, non appena marginalizzati, sono corsi ad infoltire le file della resistenza che combatte contro gli sciiti e la presenza delle truppe straniere in Iraq. Il risultato è più o meno 3000 morti al mese. Le autorità irachene sperano che i paesi vicini accettino di impedire l’entrata dei terroristi sul territorio iracheno controllando meglio i confini e soprattutto si augurano che cancellino o diminuiscano il debito estero che ammonta dollaro più o dollaro meno a 15 miliardi. Ma anche gli iracheni verranno passati al microscopio, dal 2003, dall’invasione americana il governo sciita di Baghdad si trova nella difficile posizione di mantenere buoni rapporti con l’Iran senza far arrabbiare troppo gli americani. Il governo di Al Maliki dovrà affrontare anche le richieste dei paesi arabi intorno per lo più sunniti che hanno ospitato migliaia di profughi fuggiti dalla violenza. Saranno 48 ore di incontri, probabilmente di scontri, dove seduti al tavolo delle trattative si riuniranno, il primo giorno, i ministri degli esteri oltre dell’Iraq, la cui delegazione sarà guidata dal premier Al Maliki e dei paesi confinanti, il G8 (Canada, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Italia, Russia, Usa) e quelli del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Cina, Francia, Gran Bretagna, Russia, Usa). Il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon e al Maliki illustreranno il piano quinquennale per il rafforzamento del ruolo delle organizzazioni internazionali per stabilizzare la politica e l’economia del Paese, conosciuto come  International Compact con Iraq e già definito il “piano Marshall per l’Iraq”. Il secondo giorno, partito il G8, si riuniranno gli altri e si discuterà soprattutto di sicurezza.

 

Giornalista di guerra e scrittrice

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