Eco

6.4.07

Qualcuno mente. Al suo popolo e ai suoi alleati. Qualcuno ha deliberatamente nascosto, ingannato, scelto in nome di altri seguendo i propri interessi. Una volta per molto meno in un paese grande e forte come l’America si sarebbe caduti in disgrazia. Non è più così, ora ci si toglie il sangue dalle mani con dei semplici fazzolettini di carta, per loro fortuna la gente ha troppa fretta per voler vedere. E così si può mentire e mentire ancora. Lo ha fatto il vicepresidente americano smentendo un rapporto del Pentagono che diceva che l’Iraq non aveva legami con al Qaeda. Naturalmente Cheney non può essere d’accordo perché dovrebbe ammettere che tutta la guerra è stata un errore. E non lo potranno ammettere neanche i sostenitori di quel conflitto che ogni giorno distrugge decine di famiglie. Come si può affrontare uno sbaglio tanto grande senza finire per contorcersi dal dolore? Al Qaeda non c’era in Iraq prima della destituzione di Saddam. L’ex rais aveva tanti motivi per essere odiato. E anche se sarà ricordato nella storia per essere stato giustiziato per aver ucciso 148 persone, cancellando con un colpo di spazzola le migliaia di kurdi e sciiti trucidati senza che mai avranno giustizia, non aveva contatti con Bin Laden. O per lo meno non voleva basi nel suo paese. Sapeva che per mantenere il controllo di uno Stato tanto grande non doveva avere amici potenti che mettessero radici, a Saddam bastavano i suoi fastidiosi nemici. Al Qaeda è arrivata con gli americani. Liquidato l’esercito di Saddam Hussein e la sua intelligence in un mondo tanto sconsiderato da sembrare ci fossero motivi personali per farlo, gli uomini di Bin Laden hanno trovato i confini aperti, gli iracheni paralizzati e hanno portato soldi e ideologie, hanno promesso un Iraq libero dagli stranieri che sembravano non volersene andare. Sarebbe interessante a questo punto approfondire il ruolo che hanno avuto gli architetti della guerra, gli uomini di Bush, nel decidere in base a false o volutamente tali, informazioni. A cominciare dal vice presidente: è stato uno dei primi ad affermare che l’Iraq poteva aver avuto un ruolo nell’attentato dell’11 settembre, dicendo che il dirottatore Mohammad Atta si era incontrato con agenti segreti iracheni. Non solo, Cheney ci disse, che Saddam stava “di fatto restaurando il suo programma nucleare” e che gli americani sarebbero stati “accolti come liberatori”. Nonostante nulla di quello che disse, fosse vero, il vice presidente si è guadagnato altri quattro anni di potere nel momento in cui Bush ha rivinto le elezioni nel 2004. Paul Wolfowitz, promosso nel 2005 a capo della Banca Mondiale, all’epoca dell’invasione disse che il petrolio iracheno avrebbe coperto i costi della ricostruzione. Douglas Feith quando scoppiò la guerra era il sottosegretario alla Strategia politica del Pentagono, dirigeva due gruppi segreti di controterrorismo che si occupavano di preparare documenti che dimostravano i legami tra Saddam e Al Qaeda. Dovevano insomma trovare le prove che quello che Wolfowitz e il suo capo, il ministro della Difesa Runsfield, credevano fosse vero. Dopo la rielezione di Bush, Feith si è volontariamente dimesso, è diventato co direttore di un progetto all’università di Harvard e si è messo a scrivere un libro su come combattere il terrorismo. I suoi due gruppi sono sotto inchiesta del Pentagono. Stephen Hadley allora vice consigliere per la sicurezza nazionale, trascurò gli avvisi della Cia e le telefonate del suo direttore George Tenet che lo avvertivano di lasciar cadere la questione dell’Uranio legato all’Iraq che continuò per un bel po’ a comparire nei discorsi di Bush. Hadley è stato promosso a consigliere della Sicurezza Nazionale. Donald Rumsfeld, segretario di Stato prima e ministro della Difesa dopo, è stato uno dei più accaniti sostenitori della guerra, diceva che sarebbe stata veloce e precisa, non è stata né l’uno né l’altro. Sopravvissuto allo scandalo delle torture di Abu Ghreib, si è dimesso solo quando i Democratici hanno ottenuto il Congresso. I personaggi sono tanti, dal presidente in persona ad una consigliera come Condoleeza Rice divenuta Segretario di Stato, il risultato è lo stesso, per quanto si possa dimostrare l’infondatezza, gli errori, anche in buona fede, non c’è niente che possa far tremare i politici americani diventati più potenti dello Stato. E questo potrebbe essere un gran pericolo per la democrazia, quella che si ha la presunzione di voler esportare.

Giornalista di guerra e scrittrice

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