La super protetta Zona Verde è stata espugnata. Ci avevano provato diverse volte, ma non c’erano mai riusciti. La fortificata sede delle istituzioni irachene, nonché delle ambasciate internazionali e dei centri di comando militari americani, è stata violata. Un kamikaze si è fatto esplodere nella caffetteria del parlamento, il cuore della politica irachena, quello che senza colori si trovava ad affollare la mensa all’ora di pranzo. Colpito l’unico luogo considerato sicuro della capitale con posti di blocco americani, metal detector, cani, carroarmati e cecchini puntati ad ogni angolo. Otto morti: tre deputati e cinque impiegati, decine di feriti tra i quali anche giornalisti che ogni giorno assediano i palazzi del potere per qualche dichiarazione. “Un attacco alla democrazia”, lo ha definito il generale David Petraeus, comandante della Forza Multinazionale in Iraq. E’ proprio davanti ad un piatto di kebaab e ad una tazza di tè che il kamikaze si è fatto esplodere, una violenta deflagrazione che ha sventrato la mensa e abbattuto alcuni ripetitori della telefonia mobile. Fuoco, fumo, e urla, quelle dei legislatori che insanguinati cercavano di guadagnare l’uscita gettandosi sui feriti, tentando di salvarli, di trascinarli fuori, per una volta, sunniti, sciiti e kurdi si sono aiutati a vicenda. Immediati i soccorsi, gli americani hanno inviato squadre di medici. Proprio dentro alla Zona Verde sorge l’ospedale americano con la migliore squadra di microchirughi di tutto il Medio Oriente. Per tre parlamentari non ce stato nulla da fare: Muhammed Awad sunnita del Fronte Nazionale per il Dialogo, Taha al Liheibi, del Fronte per l’accordo Sunnita e Niamah al Mayahi, membro dell’Allenza sciita irachena. Secondo fonti della sicurezza il kamikaze potrebbe essere una guardia del corpo, qualcuno dice di un parlamentare sunnita non presente durante l’attentato. Poco dopo sono anche stati trovati due zainetti imbottiti di esplosivo non lontano dalla caffetteria, disinnescati dagli artificieri senza incidenti. “Ci sono gruppi che fanno politica durante il giorno, e fanno tutt’altro di notte”, ha detto Ali Dabbagh, il portavoce del governo iracheno suggerendo che i responsabili dell’attacco potrebbero proprio lavorare nell’edificio. “Ho visto due gambe nel centro della caffetteria e nessuno dei nostri colleghi uccisi aveva perso gli arti. Sospetto che appartenessero al kamikaze”, ha raccontato Abu Bakr, capo dell’ufficio stampa del Parlamento. “L’attacco mirava a colpirci tutti –– i partiti, i parlamentari sono il simbolo e la rappresentanza di ogni sezione della società irachena. Il piano di Al Maliki è stato un totale fallimento. Questa esplosione significa che l’instabilità e la mancanza di sicurezza hanno raggiunto perfino la zona verde”, ha detto Kakaf al Ilyan, uno dei tre leader del Fronte per l’Accordo Iracheno che ha 44 seggi in parlamento, commentando l’imponente operazione militare del premier al Maliki, lanciata due mesi fa. Secondo Hadi al Amiri, capo della commissione per la Sicurezza e la Difesa del Parlamento, l’esplosione poteva essere ancora più mortale: “Se il terrorista fosse riuscito a raggiungere la sala dove si riuniscono le commissioni, sarebbe stata una catastrofe”. Lo sciita al Ameri aveva già in passato avvisato sulla possibilità di infiltrazioni tra le guardie del corpo, specie dopo che il 23 marzo scorso il vicepremier Salam al Zaubay era rimasto gravemente ferito in un attentato suicida compiuto da una delle sue guardie del corpo a Baghdad. Ma quello che ha violato la zona verde, non è stato l’unico attentato che ha sconvolto la capitale, qualche ora prima un camion bomba ha distrutto buona parte del ponte Sarafiyah, lungo 450 metri sul fiume Tigri, costruito dagli inglesi negli anni venti. Il bilancio delle vittime è stato di dieci morti e 26 feriti. Secondo gli esperti sarebbero state piazzate alcune cariche sotto ai ponteggi per aumentare la portata dei danni. Distrutto il ponte due quartieri sono ora fisicamente separati: quello sunnita di Wasiriyah e quello sciita di Utaifiya. “Era uno dei nostri monumenti più importanti – ha spiegato Haider Gazala, un architetto di 52 anni – i militanti stanno cercando di demolire qualunque cosa leghi la gente a questa terra, di fatto questo ponte univa le zone sciite da quelle sunnite e ora quel vuoto sul fiume, le divide più che mai”.

Giornalista di guerra e scrittrice

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