HERAT –

Lo scheletro di quello che nel giro di venti giorni sarà un efficiente ospedale pediatrico sorge in una vallata poco distante dalla citta di Herat. Circondato dalle montagne viola, la vista si perde verso un orizzonte che in questi giorni si colora di primavera. La temperatura è tiepida e i bambini scorazzano avvicinandosi ai soldati italiani per salutarli. I militari se ne stanno ritti e fieri in assetto da guerra, pronti ad intervenire in caso di pericolo ma con uno sguardo dolce verso i ragazzini che ormai hanno imparato a dire “Ciao ciao”. L’ospedale è quasi pronto, gli operai afgani lavorano alacremente in ogni stanza stanno attaccando le piastrelle bianche. I proprietari delle due ditte appaltatrici che hanno regolarmente vinto l’appalto, controllano che nessuno batta la fiacca. Questo è uno dei “quick impact project”, dei militari italiani di stanza ad Herat. E’uno dei molti progetti veloci a basso costo che hanno cominciato nel 2006 e che sono stati quasi tutti terminati. Con un budget della Difesa di quasi cinque milioni di euro, tutti spesi in ricostruzione e sviluppo per la provincia di Herat di cui sono responsabili. “Abbiamo chiesto alle autorità cosa serviva, abbiamo fatto un regolare concorso tra le ditte di costruzione, abbiamo assunto operai afgani che guadagnano 4 euro al giorno, quattro volte più di quanto guadagnerebbero normalmente e sotto il nostro controllo hanno creato dal nulla questo posto”, ci ha spiegato il tenente Marco Turi Daniele, un architetto del Simic. La zona, a parte la strada asfalta che le scorre a fianco, è per lo più deserta se non per qualche agglomerato di case di fango e di paglia che sembrano formare dei piccoli e bassi borghi. In realtà questo appezzamento di terra è stato scelto perché è li che si pensa di sviluppare la zona residenziale del capoluogo della provincia. Un ospedale per bambini è una necessità e la sua costruzione è voluta perché non c’è niente del genere nella regione, si muoverebbero dai remoti villaggi per portare i bambini a curarsi. Questa è solo una delle cose che i soldati italiani stanno facendo ad Herat. La base italiana intorno all’aeroporto di Herat è un agglomerato di prefabbricati tutti uguali, minimali ma completi. Per i soldati che lavorano spesso in condizioni climatiche difficili, dal freddo polare, al caldo del deserto, appesantiti da enormi giubbotti antiproiettili, ci sono posti dove rilassarsi, la palestra, internet point, un paio di ristorantini che profumano di casa, la solita mensa dove non si mangia affatto male. Nel campo ci sono anche altri contingenti, soprattutto agli spagnoli piace venire a mangiare alla pizzeria italiana. Da una parte i mezzi, dall’altra gli uomini, i soldati sembrano sempre indaffarati, la base pullula anche di lavoratori afgani che scavano per fare tubature, per sistemare la rete fognaria. Un must del contingente sembra essere quello che afgani e italiani devono darsi una mano l’un l’altro. Gli italiani provano a garantire quella sicurezza che porta lavoro, e più la gente lavora più si sente apposto con se stessa e con le proprie famiglie. I militari non vedono l’ora di tornare a casa, la nostalgia per i figli e le mogli è palpabile in ogni gesto e parola, qualcuno conta i giorni che gli rimangono fino alla partenza per tornare in patria, ma nessuno sembra non amare questo paese così selvaggio, pieno di contraddizioni, eppure così attraente. E’ vero, gli italiani non combattono la guerra contro i Talebani, non vanno in giro lanciando imponenti operazioni militari. Fanno pattuglie con i colleghi afgani, addestrano la polizia di frontiera, ma per lo più aiutano a costruire strade, scuole, cercano di coinvolgere e tenere impegnata la popolazione, nella convinzione che la guerra al terrorismo la si combatte rendendo la gente forte. “Nessuno ci ha mai minacciato”, spiega l’architetto. E’ evidente che ad Herat la gente non è ostile con i militari che si stanno dedicando a loro, e questo li rende un bersaglio invece della militanza che se vuole destabilizzare il paese, cercherà di colpire soprattutto loro, come sta accadendo adesso in Iraq. Ma è un dato di fatto, di fortuna o forse di strategia, che dove sono gli italiani la zona è sempre più tranquilla. Forse gli americani li hanno messi apposta ad Herat dove possono fare quello che sanno fare meglio, aiutare a ricostruire il paese, o forse è una tattica italiana vincente quella di entrare in relazione con la gente per far sì che la situazione non degeneri. Il prt, il provincial reconstruction team, la squadra che si occupa della ricostruzione, circa 200 persone tra militari e qualche civile, è stato ereditato dagli Usa nel 2005, dopo averci pensato un po’,  è stato spostato dalla base vicino all’aeroporto ad una decina di km dalla città, in centro. La bandiera italiana, ora, svolazza tra i tetti delle case. La piccola fortezza è blindata ma, comunque, tra la gente. “Siamo qui per proteggere gli afgani – ci ha spiegato il generale Satta, comandante della missione la cui sorte verrà decisa oggi – ma anche per dare loro un motivo per non cadere nelle trappole dei talebani”. E solo lavorando con loro e sporcandosi le mani con la terra dell’Afghanistan, questo paese si può conquistare senza sparare un colpo.

Giornalista di guerra e scrittrice

One Comment on “FATTI NON POLEMICHE

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