HERAT – La città sorride sotto un sole già caldo che illumina le montagne intorno alla valle di Herat. E’ il giorno del riposo settimanale, le famiglie si riversano nei parchi stese su enormi tovaglie dove i bambini giocano con la palla e le mamme preparano il picnic. E’ tranquilla Herat con i suoi cinque minareti sopravvissuti e il ricordo di una città che ha perso 70 mila persone nelle scorse guerre. E’ pieno di case in costruzione, di strade asfaltate, d’interi nuclei famigliari che sfrecciano sulle motociclette. Qui c’è il comando del contingente italiano all’interno della missione Nato. Più o meno 1000 italiani e un altro migliaio di altri 11 paesi tra cui Spagna e Lituania. Il Generale Antonio Satta, prima a capo della Folgore, e prima ancora di stanza a Nassiriya, è il comandante della regione Ovest della Nato Isaf che riguarda una zona vasta poco meno del Portogallo nella quale vivono circa 3 milioni e mezzo di abitanti in quattro province. Satta è l’uomo si cui si riverseranno le prime conseguenze del prossimo voto parlamentare sul rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan.

Si parla molto di armamenti, è vero che non siete abbastanza equipaggiati?

In linea di principio direi che non abbiamo bisogno di nulla visto che la situazione è buona e non credo cambi nell’immediato futuro. L’armamento disponibile è adeguato al momento, sufficientemente moderno e protettivo per le esigenze attuali. E’ già previsto che ulteriori assetti affluiscano in teatro, due predator, piccoli aerei telecomandati, dovrebbero arrivare, li attendo, saranno un grosso aiuto per il controllo e la sorveglianza di tutto il territorio, supplendo a quella carenza che sentiamo ma dovuta all’estensione della regione e alla difficoltà dei trasporti.

La zona sotto il controllo italiano è montuosa, in alcuni punti inaccessibile, spesso quando è in corso un’attività di ricostruzione ci vogliono giorni per raggiungere i luoghi. La popolazione, nella parte più a sud Pashtun, e nel resto tagica, hazara e huzbeka, per lo più vive in città anche se ci sono agglomerati di nomadi in continuo movimento.

Il ministro degli Esteri D’Alema ha detto che i Talebani stanno arrivando ad Herat.

Non so su che base abbia fatto questa affermazione, la minaccia esisteva prima ed esiste tuttora. Siamo pur sempre in Afghanistan anche se la nostra regione è relativamente più calma. In questo non ci sono stati gran cambiamenti. La zona più a sud, quella di Farah è più turbolenta anche per la forte contrazione di Pashtun (l’etnia roccaforte dei Talebani). Essendoci più attività nel sud, la nostra attenzione è maggiormente rivolta da quella parte. E’ a Farah che si concentra l’80% della produzione di oppio della regione. Questo traffico legato alla criminalità diffusa ha creato in passato notevoli problemi. C’è una piccola presenza talebana più legata alla delinquenza che all’estremismo religioso, è pur sempre un catalizzatore di eventuali infiltrazioni. Ed è qui che si svolge la nostra missione fare si che la popolazione non sia attratta dai talebani.

Come fate?

Buona parte dell’attività che svolgo non è combattere i talebani. La popolazione afgana è il mio centro di gravità, attraverso la cooperazione e lo sviluppo, la gente diventa la nostra migliore arma, anche se per ideologia c’è chi non può essere dalla nostra parte, quanto meno per convenienza non si schiera con altri.

Il generale Satta crede che quando lo sviluppo e la cooperazione sia fonte di sicurezza e viceversa. Appoggia decine di progetti che permettono alla popolazione di lavorare e di sentirsi appagati. Niente viene deciso senza il consenso delle autorità ufficiali e di quelle ufficiose, come gli anziani o il mullah. Gli italiani nel 2006 hanno realizzato un ospedale pediatrico, una casa di detenzione, una stazione di polizia, diverse scuole e poliambulatori. Hanno anche distribuito 200mila alberi da frutta, comprati dal dipartimento dell’agricoltura afgana e distribuiti tra i contadini: “Non è un investimento immediato, ma è un’alternativa importante ai papaveri”.

Herat sembra molto tranquilla.

Se non ci fosse il rischio di dover proteggere le nostre attività di cooperazione e sviluppo i militari non sarebbero qui. Ma abbiamo un buon rapporto con la popolazione. E’ chiaro che quando c’è un’esigenza di sicurezza, il rischio di dover agire viene da sé. Un attacco isolato può avvenire ovunque e può essere necessario agire. Questo è un rischio che continuerà ad esserci. Abbiamo regole d’ingaggio: il militare è tenuto a difendersi.

Bastano 2000 soldati per la sicurezza di una regione tanto vasta?

Il segreto è nella scelta: più che di cercare di combattere il nemico lavoriamo sulla popolazione. E’ un lavoro lungo e lento, ma è quello che a lungo termine da maggiori risultati.

 

Giornalista di guerra e scrittrice

2 Comment on “Per combattere i Taleban, conquistare la gente

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