Confuso ma felice, teso, ma vivace, non poteva che stare così Daniele Mastrogiacomo. Quando già si pensava che non sarebbe accaduto, che ormai era troppo tardi perché stava calando la notte, il rilascio è avvenuto. Poco dopo le sei di sera, l’agenzia afghana Pajwok, ha battuto quelle parole che ormai da ventiquattro ore continuavano a rimbalzare per le strade dissestate di Kabul: il giornalista italiano dalle 17.10 è libero. Così è cominciato il concitato e frenetico giro di chiamate, di conferme, di congratulazioni degli amici afgani. Daniele Mastrogiacomo, dopo due settimane di sequestro era al sicuro tra le mani dei medici dell’ospedale italiano di Lashgargar.  Lo stesso non vale per il suo traduttore, di Ajmal Nashbandì, del quale non si sa ancora nulla, “Non so niente di mio fratello, non so neanche se è stato rilasciato”, ci dice Munir contattato telefonicamente, mentre Mastrogiacomo, sostiene di averlo visto togliersi le catene, ma non si sa ancora bene in quale momento. Una nota distorta, una delle tante che hanno caratterizzato questa brutta vicenda che hanno visto la morte dell’autista, Sayed Agha, di cui Mastrogiacomo avrebbe assistito costretto dai Taleban. “Lo hanno soffocato con una sciarpa e gli hanno tagliato la testa – ha raccontato Mastrogiacomo al telefono – Ho avuto spesso paura di morire, accipicchia". Anche se colpito alla schiena e alla testa con il calcio di un kalashnikov durante le prime fasi del sequestro, l’inviato di Repubblica non è mai stato maltrattato. “Se c’era una coperta, la davano a me”, ha detto parlando dei sequestratori, “se c’era una pagnotta da dividere, la dividevano con me”. Le prime parole di Daniele con il turbante in un verde camicione, nel caldo riparo di Emergency, dove lo aspettava a braccia aperte Gino Strada, il fondatore dell’organizzazione umanitaria sono state: “Grazie a tutti, sto bene”. Che stia bene ce lo ha anche confermato poco dopo Strada, chirurgo da guerra. Prima telefonata alla moglie, poi al giornale, in una sequenza di festeggiamenti che da Kabul hanno raggiunto l’Italia. “Siamo felici, è stato un lavoro di squadra”, ha detto l’ambasciatore Ettore Sequi che oggi riceverà Mastrogiacomo in ambasciata prima che prenda il volo per tornare in Italia. Una storia che finisce bene, o quasi, fatta di tanti misteri, intrecci e che si svolge in una regione, quella del sud dellAfghanistan, sempre più difficile e fuori controllo. Come se non bastasse, ci si è messo anche il tempo, un’alluvione, con lo straripamento del fiume Helmand ha provocato proprio ieri la distruzione di 150 case e la morte di due persone. Ma la liberazione avvenuta all’improvviso dopo un faticoso silenzio stampa, forse sarebbe potuta avvenire due giorni fa quando invece le trattative si sono paralizzate con l’annuncio della liberazione dell’agenzia Reuters e poi smentita. “La situazione era preoccupante. Abbiamo dovuto spiegare ai rapitori che noi non c’entravamo con queste notizie, abbiamo dato segni pubblici della nostra estranietà Solo stamattina abbiamo potuto concederci una rilassata fiducia", ha detto Carlo Garbagnati, vice presidente di Emergency. Piano piano, anche con i tempi di recupero, di Daniele la matassa per quanto possibile si sbroglierà, intanto cominciano già arrivare alcuni particolari, di cui nessuno era a conoscenza, come altri messaggi video che i rapitori avrebbero costretto Daniele a girare, tra cui uno in cui parlava in ginocchio nel deserto. Perché poi, è quello il posto dove ha vissuto per 15 giorni più lunghi della sua vita, tra piccole casupole di mattoni e fango, tanti chilometri ogni giorno incatenato mani e piedi per cambiare nascondiglio in una zona avvolta dal freddo e intrappolata da un’offensiva militare inglese cominciata proprio il giorno del sequestro di Mastrogiacomo, quando da Kabul si è diretto a Kandahar per incontrare l’autista Sayed, un venticinquenne, padre di quattro figli ma che per i Taleban era una spia che accompagna i giornalisti. Un terzetto prelibato per il famigerato Dadullah, il capo militare dei Taleban nelle province del sud, un uomo senza scrupoli che ha giocato al raddoppio fino all’ultimo  momento. Le richieste dei Taleban, almeno ufficialmente erano chiare, volevano un tre per tre: tre talebani in cambio della vita dei due giornalisti e del corpo dell’autista. Ma i numeri in Afghanistan sono volubili come i nomi, da tre si è passato a sette, poi a quattordici.  Alla fine secondo l’agenzia Pajhwok, che ha parlato con il portavoce di Dadullah, sarebbero stati cinque, oltre a quel riconoscimento politico che di fatto, il governo afgano ha dovuto concedere: i due ormai noti portavoce Latif Hakimi e Yasir Ustad, due comandanti militari Hamdullah e Abdul Ghaffar e infine un sedicente Mansour Ahmad, rilasciato come il fratello di Dadullah, anche se non risulta a nessuno che il comandante avesse un fratello agli arresti. Dettagli, che si studieranno nelle prossime ore, ci si penserà dopo, per ora solo la contentezza del ritorno di Daniele.

Giornalista di guerra e scrittrice

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: