Kabul

Alle sei del mattino le strade fangose di Kabul sono ancora deserte. Qualche ora e il traffico sregolato renderà impossibile fare il giro dell’isolato. Ma così presto, di fronte ad un’alba ingrigita dalle nuvole gonfie non c’è quasi nessuno. Un’intensa nevicata costringe degli uomini sulla via del lavoro, a stringersi nei mantelli di lana marrone. Qualche donna prigioniera del burqa corre velocemente verso i fornai appena aperti e che emanano un profumo di pane appena sfornato. Nel distretto Sette, c’è un’enorme cisterna abbandonata e un edificio squadrato con un insegna “Associazione sportiva Afgana”, una volta si chiamava “Club sportivo”, ma è stata sostituita perché la parola Club è una delle tante parole equivoche che girano per la città: per molti uomini un club può essere solo un locale notturno. Invece, si tratta di una palestra. E’ qui che più di 300 donne iscritte frequentano il primo corso di aerobica dell’Afghanistan. Freshta Farah, l’istruttrice, ci accoglie con un sorriso e una bella tuta rossa mentre la musica vibra nella grande sala e una quarantina di donne di tutte l’età saltellano e si stiracchiano. Fresha chiede a tutte se Nader, un traduttore maschio, può entrare senza che loro fuggano a coprirsi con il velo o con il burqa. E’ solo un ragazzo di 26 anni  che poi confesserà il suo turbamento: non aveva mai visto una donna in tuta da ginnastica. Con sorpresa e a testa scoperta tutte, tra un piegamento e l’altro, accettano la sua presenza. “Ho sempre amato lo sport, quando ero piccola la ginnastica era la mia materia preferita a scuola. Poi sono arrivati i Taleban, era proibito uscire, ma io ho continuato ad allenarmi a casa, ho ripreso quando è stato fatto cadere il regime, ci ho messo cinque anni a convincere mio marito che dovevo farlo”, afferma con orgoglio Freshta, che con un occhio guarda noi e con l’altro controlla le sue allieve. Tra minacce e divieti è riuscita a realizzare il suo sogno e ora decine di donne fanno ginnastica con lei a quell’ora indecente perché dopo devono correre a casa a preparare la colazione per i mariti e organizzare i figli per la scuola. Sei dollari al mese per godersi il piacere quando possono di coccolare i loro corpi invisibili al resto del mondo. “Ci sono donne dai 5 agli 80 anni, ma dai 15 poi sono tutte sposate”. La lezione finisce le ragazze che non hanno mai smesso di lanciare occhiate furtive all’imbarazzato Nader che tiene lo sguardo fisso sulla moquette. Molte se ne vanno, alcune restano. Si avvicinano e si siedono accanto alla stufa elettrica che scalda solo le ginocchia. Hanno voglia di sapere come sono le donne dall’altra parte del loro mondo. Nessuna di loro si è sposata per amore. I loro padri hanno scelto i loro mariti e loro hanno dovuto accettare. Massuda ha sposato un uomo 15 anni più anziano, ne aveva 20 quando ha lasciato la casa dei suoi genitori. “Spero solo che muoia”, dice con semplicità. Lui non vuole concederle il divorzio e per ripicca ha sposato un’altra donna. Il loro unico contatto sono le botte che le da. “Chiedo solo un’altra possibilità alla vita, chiedo solo di poter incontrare un uomo che mi ami”, dice con un’aria tra la sfida e dolcezza. Suria, 23 anni, è stata venduta dal padre. La dote che l’uomo di 35 anni più anziano proponeva, avrebbe mantenuto la sua famiglia per anni. Si ritrovò a 14 anni sposata ad un afgano che stava in Germania, quando lo raggiunse tre anni dopo ottenuto il visto scoprì che si era risposato per amore e che di lei non gliene importava più nulla. In coro ammettono di non essere mai state innamorate: il vero amore per loro è quello per i figli. “Veniamo in palestra per un corpo perfetto per quando incontreremo il nostro principe”, dice ridendo Suria che è un po’ in carne, ma ha perso sei chili in un mese. Burqa o non burqa, le donne del mondo pensano sempre alla linea. Freshta ha 35 anni ed è una donna posata. “Non amo mio marito, ma è una persona per bene ed è il massimo che una donna afgana può desiderare. Niente di più”. Nader, che ha una laurea in legge, le ascolta, poco prima di entrare in palestra mi aveva raccontato di credere che suo padre stia per proporgli una ragazza da sposare, lui non vorrebbe, ma non ha il coraggio di dire di “no” a suo padre. Non si aspettava di imbattersi nel dolore aggressivo di queste donne mogli per caso. Uomini e donne non si parlano spesso con franchezza. “Credo che questa per me sia stata un’esperienza unica”, mi dice, e gli chiedo di tradurlo a loro, che ridacchiano, pensando all’uomo che vorrebbero: un romantico che porta fiori, ogni tanto cucina e accende candele. “Siamo schiave della tradizione, ma stiamo cercando di fare breccia nei nostri figli, saranno uomini migliori. Ma la situazione sta peggiorando. Da un anno sentiamo l’odore dei Telebani. Con loro abbiamo vissuto l’inferno, siamo state cancellate. So una cosa però, che se torneranno, saremo noi a combatterli, non c’è ne staremo in silenzio sotto al burqa, mai più. A costo di prenderli a calci io stessa”, dice Freshta che imita una mossa di karate. Eppure le donne sono solo macchie blu per le strade. “E’ vero, purtroppo, ma anche se non si vede,  siamo andate avanti e non torniamo più indietro”, il viso di Freshta è paonazzo dalla rabbia, la ginnastica come per quasi tutte le aiuta a superare lo stress e la tensione di ogni giorno. E’ ora di andare, sta per cominciare un’altra lezione. “Speriamo di vederci presto – mi dice Freshta strizzando un occhio a Nader – e chissà magari la prossima ci saranno anche uomini nella mia palestra”.

Giornalista di guerra e scrittrice

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