Ajmal non è ancora libero. Il traduttore di Daniele Mastrogiacomo rilasciato due giorni fa e ormai in Italia, è scomparso. Di lui non si sa più nulla. Di lui, teme la famiglia, presto ci si dimenticherà. Sparito nel nulla al momento del rilascio, inghiottito dal deserto quando due convogli carichi di afgani hanno preso gli ostaggi: uno quello di Mastrogiacomo è andato all’ospedale di Emergency, l’altro chissà dove. Qualcuno ipotizza, come i giornalisti afgani che si sono appellati per il suo rilascio, che sia ripiombato nelle mani dei talebani, altri che possa essere stato preso dai servizi segreti afgani per essere interrogato per ricavare più informazioni possibili sulla presenza dei Taleban nella zona. Sta di fatto che alla famiglia non è giunta neanche una telefonata. “Abbiamo paura per lui – ci dice Ahmad Said, il cugino di Ajmal, lui stesso a chiamarci per avere qualche informazione – non lo abbandonate. Adesso che il vostro giornalista è libero non smettete di aiutarci. Nessun governo si è messo in contatto con noi, nessuno si preoccupa di dove sia finito mio cugino”. Gioia per Daniele, tristezza e rabbia per Ajmal e per Sayeed Agha, l’autista ucciso dai Talebani. Nervosismo tra i parenti di Sayyed che hanno radunato una piccola folla intorno all’ospedale di Emergency quando all’interno era ancora presente Mastrogiacomo, a gran voce hanno chiesto spiegazioni sulla sorte di Sayyed. Poco dopo, secondo l’agenzia afgana Pajhwok, la stessa che due giorni fa ha annunciato il rilascio di Daniele, il corpo dell’autista sarebbe stato restituito alla moglie. Gettato nel fiume dopo essere stato ucciso, era stato raccolto e seppellito da alcuni residenti. “Ajmal, l’interprete non doveva arrivare all’ospedale di Emergency, non avendo la possibilità di chiedergli dove volesse andare, non lo abbiamo previsto”, ha detto Gino Strada il fondatore di Emergercy che dopo una lunga giornata, non senza intoppi, ha finalmente messo Mastrogiacomo su un aereo per tornare a casa. Ma la vicenda non finisce con la partenza del giornalista di Repubblica, nelle mani dei servizi segreti afgani adesso c’è anche il capo del personale di Emergency, che ha fatto da mediatore durante il sequestro. Era l’uomo di contatto, il canale aperto, quello che parlava con i Taleban e chiedeva loro di non uccidere Mastrogiacomo e il suo interprete. “Alle cinque di mattina sono arrivati agenti della sicurezza afgana e hanno portato via Rahmatullah Hanefi. La sua sola colpa è di avere fatto tutto il possibile per salvare vite umane in immediato pericolo. Hanefi, ha contribuito in modo determinante al rilascio di Daniele Mastrogiacomo”, ha detto Gino Strada, il fondatore di Emergency rimasto a Kabul proprio per seguire il caso del suo uomo. Un rilascio lungo e difficile, dunque, quello di Mastrogiacomo con ancora tanti punti oscuri, a partire dalle dinamiche innescate da questo sequestro. I talebani hanno ricevuto un bel riconoscimento politico non appena le autorità afgane hanno consegnato i cinque detenuti richiesti più uno che sarà rilasciato con una formula diversa. Una vicenda interessante e complicata, i talebani chiesero all’inizio delle trattative chiesero il rilascio di tre portavoce: Abdul Latif Hakimi, Ustad Yasir e il mullah Muhammed Hanif. Sul terzo ci fu un blocco, l’uomo che forse costretto, durante un interrogatorio, aveva rilasciato pesanti dichiarazioni contro i talebani, non voleva uscire di galera per paura di rappresaglie. Dopo un lungo lavoro di mediazione, i talebani che trattenevano Mastrogicomo, al posto di Hanif, ne hanno chiesti altri tre: due militanti e quello che sembrerebbe essere uno dei fratelli di Dadullah, il famigerato comandate talebano delle province del sud. Il governo afgano ha confermato il rilascio dei detenuti Taleban, senza però dare dettagli. “Ma non accadrà più, si è trattata di una misura eccezionale – ha detto il portavoce del presidente Hamid Karzai – in virtù dei rapporti tra Italia e Afghanistan”.   

 

Giornalista di guerra e scrittrice

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