Tre sono gli uomini che i Taleban vogliono indietro. Tre portavoce del loro gruppo, tre barbuti che divisi in quella terra di nessuno che sono le zone tribali del Pakistan e il sud dell’Afghanistan, hanno mantenuto i contatti con la stampa locale e internazionale. Habdul Latif Hakimi, Ustad Yasir e il mullah Muhammad Hanif sono gli uomini dello scambio. O almeno sono le uniche richieste pubbliche che hanno fatto i nuovi portavoce Taleban nei loro comunicati, commenti e risposte che hanno dato ai giornalisti. Armati di cellulari, più che di satellitari facilmente rintracciabili, si sono esposti per quella che loro considerano la causa islamica, chiamando le agenzie stampa tutte le volte che ne avevano bisogno e lasciandosi rintracciare per commenti e aggiornamenti. Nel tempo, i predicatori del ritorno al vecchio Islam, si sono adattati ai fax, alle email e ai messaggi telefonici. Dei tre portavoce non si sa molto, solo che hanno scelto di essere i testimonial del movimento radicale che dal 2001 ha subito frequenti cambi di gerarchia, se non si tiene conto del Mullah Omar, ancora alla macchia. Hakimi, detto “la Voce dei Taleban”, 40 anni originario di Kandahar, è stato arrestato insieme a Yasir, 57 anni, sei figli, con un passato di studi in Arabia Saudita e la carica a responsabile del dipartimento Culturale del Gruppo. Sono stati catturati non lontano da Quetta il 4 ottobre 2005 dalle forze di sicurezza pakistane. I due sono stati poi estradati e consegnati alle autorità afgane. Entrambi scontano una condanna di tre e sette anni. Muhammad Hanif, il cui vero nome è Habdul Haq Haqiq, considerato il portavoce del Mullah Omar è ancora in attesa di giudizio, arrestato dalla polizia afgana il 15 gennaio nella città di Torkham mentre cercava di attraversare il confine pakistano per entrare in Afghanistan. I servizi segreti afgani dopo aver interrogato Hanif hanno diffuso un video dove, il mullah confessava, che il suo capo diretto, il Mullah Omar, che sulla testa ha una taglia di dieci milioni di dollari, si nascondeva a Quetta e che i Taleban con l’aiuto dell’Isi (l’intelligence afgana) erano responsabili di più di cento attentati kamikaze che hanno causato la morte di 270 civili e 17 militari stranieri. Le tre voci, che molte volte hanno rivendicato, gli attentati e gli scontri con le forze Nato e quelle afgane, sono considerati dai Taleban “giornalisti” come tutti gli altri e con il sequestro di Mastrogiacomo hanno giocato la carta della libertà di stampa: giornalisti per giornalisti.  

Giornalista di guerra e scrittrice

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