da Kabul

“Non sono superstizioso, ma se lo chiamo e poi mi trasforma?” Nader, il mio traduttore è atterrito, deve chiamare l’indovino di Kabul, e ha paura che se non ama i giornalisti gli possa fare qualche fattura.  Rido di lui e lo spingo a portarmi nel luogo dove il futuro può essere predetto. Per entrare  bisogna togliersi le scarpe e abbandonarle in una stretta anticamera tra una ventina di altre paia. Sono tutte da donna, di scarsa qualità, in genere di color nero, qualcuna rovinata, qualcun’altra vecchia. Tranne un paio con dei tacchetti e una fattura decisamente più sofisticata, sono tutte piatte. Fuori davanti alla casa, una piccola costruzione di pietra in un quartiere periferico di Kabul dove gli occhi a mandorla dei bambini ricordano le loro origini hazara, c’è un gruppetto di uomini che aspetta il proprio turno. Dentro ci sono le donne, venute da ogni parte della città, ma non è difficile incontrare persone che arrivano anche dalle più remote province dell’Afghanistan, d’altra parte è qui che riceva il più famoso mago dell’Afghanistan. In realtà lui preferisce definirsi un consigliere spirituale, un uomo che mette a disposizione degli altri il suo potere. Il mullah Akhra Sahib Taymani, se ne sta comodamente seduto in una poltrona di pelle davanti ad un tavolino basso circondato da 7 telefonini che non cessano mai di squillare, un satellitare, un fax, un computer portatile. Sedute sui tappeti davanti a lui con il velo alzato sulla testa fin sopra a scoprire il viso attendono che il mullah risolva i loro problemi. Le pareti sono dorate con diverse bacheche di vetro straripanti di oggetti antichi. Dietro Taymani c’è una sciabola che di tanto tanto usa per affascinare il suo pubblico. “Non fatevi intimidire dal mio aspetto, sono religioso ma non sono un radicale, sono solo uno strumento per aiutare la gente”, dice stringendomi con forza la mano e offrendomi un posto accanto a lui dove c’è già pronta una tazza di tè bollente. Ha solo 58 anni ma la sua barba lunga gli conferisce un aspetto austero e autoritario. Ma quando parla il suo viso si apre in grande sorrisi che sembrano già confortare quelle donne. Molte sono andate da lui perché hanno problemi con le suocere, altre con i figli o il marito. Qualcuna è triste, qualcun’altra non si da pace. A tutte Taymanì offre il suo tempo, e un biglietto sul quale scrive qualcosa. “Mettilo in un bicchiere d’acqua per 10 minuti – dice ad una signora – poi toglilo e fai bere l’acqua a tua suocera, vedrai che tutto sistemerà”. Un’altra è venuta a farsi leggere il futuro, vuole sapere come sarà la vita con suo marito: “Vedo per te un anno difficile, vi trasferirete, ma tutto andrà bene”, le dice strappandole un sorriso. “Mi chiamano afgani da tutto il mondo, ho girato 17 paesi e vengo consultato da uomini d’affari, politici. I poveri non pagano o offrono quello che possono, i ricchi invece sono molto generosi”. Entrando era impossibile non notare un hammer, una macchina che in Afghanistan costa circa 90 mila dollari. “Vengono da me circa 200 persone al giorno”, il suo introito giornaliero esentasse è di circa 2000 euro al giorno. Ha tre mogli, dieci figli, una laurea in legge e un’altra in studi islamici. Racconta il futuro della gente con aria sibillina, mentre diventa razionale e amareggiato quando parla del suo paese. “Lavoro da 44 anni, questo dono lo aveva mio padre e prima ancora mio nonno. Ne abbiamo viste di cose noi afgani, posso solo dire che starò dalla parte di quel governo che riuscirà a far star bene la gente, soprattutto le donne che sono uguali agli uomini”. Detesta i talebani, che non amano i maghi e le superstizioni, ma non è neanche filo governativo, “perché non è stato capace di migliorare la situazione. Ci sono decine di truppe straniere qui, almeno 25 tipi diversi di servizi, se in sei anni non sono riusciti a fare niente, forse non è il modo giusto di agire”. Le donne lo ascoltano incantate. “La mia fonte è il Corano e i miei responsi sono strettamente conformi all’Islam. Tu sei scettica – dice fissandomi – dammi la mano”. Spalanco il palmo mentre sputa su un pezzetto di carta argentata strappato dall’interno di un pacchetto di sigarette, lo piega e me lo nasconde dentro al pugno. Soffia, e salmodia velocemente qualche parola e poi dopo qualche secondo, sento il fuoco dentro la mano tanto da dover gettare a terra il pezzetto di carta. Lui sorride, le donne annuiscono, si è guadagnato tutta l’attenzione della scettica. “Se vuoi ti addormento per quattro ore e ti faccio parlare con la tua famiglia lontana”. Meglio di no, anche se le linee Afghanistan non sono un granché, penso che il telefono vada bene lo stesso.

Giornalista di guerra e scrittrice

2 Comment on “L’indovino di Kabul

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