da Qabul

Non ci sono molte ragioni per andare nel quartiere degradato di Shah Shaid, all’estrema periferia di Qabul. Le case sono capanne, i negozi sono tuguri, i bambini chiedono l’elemosina in mezzo la strada e non c’è donna senza burqa. In centro qualcuna azzarda ad un bel velo colorato che incornicia il viso, ma non nel distretto 8 della capitale. Le strade sono immense buche che non si possono evitare, che diventano gigantesche pozzanghere quando piove, e in questi giorni lo fa spesso. Il fango si attacca ai bordi dei pantaloni, alle suole delle scarpe, non c’è un solo pezzo di strada asfaltata, ma solo una lunga e larga via di macchine che scorrono lentamente lungo i canali di scolo delle fogne. Ma nel quartiere c’è una cancello che si apre su altro mondo. Dove non ci sono donne schiacciate dalla tradizione e nascoste dai veli, un posto dove le loro vite hanno un senso e i loro sorrisi sono sinceri. E’ un posto raro in una Qabul piegata dall’incertezza e dalla corruzione. Dietro a quella piccola porta senza insegne si nasconde una piccola speranza. E’ un progetto sociale, un prototipo della Cooperazione Italiana del Ministero degli Esteri. Un’idea, in piedi da tre anni, che  solo il settembre scorso ha ricevuto 700mila euro per Qabul e la cittadina di Bahram. Una montagna di soldi, ma se si spulciano le spese, il denaro in Afghanistan scorre prorompente come il fiume di Qabul. “Abbiamo preso 50 donne afgane analfabete, abbiamo insegnato loro a leggere e a scrivere, abbiamo poi trasmesso un mestiere e le abbiamo aiutate a fondare quattro società, e a parte quella di catering, sono mestieri tipicamente maschili”, ci dice Susana Fioretti, la capo programma. Non se ne poteva più di donne che facevano taglia e cuci partorendo scialli, scope di saggina o oggetti artigianali. Le donne dell’ottavo distretto, tagliano pietre, come rubini, lapislazzuli e quarzo, aggiustano cellulari e creano lampade che sfruttano piccoli pannelli solari, non essendoci grandi garanzie di elettricità almeno nel futuro più prossimo. Sembra un’impresa facile ma non lo è stato e adesso lo è ancora meno. “Quando siamo arrivati nel 2004 abbiamo dovuto convocare gli anziani del quartiere, parlare con le famiglie e con una lenta ma ostinata trattativa abbiamo dovuto convincerli che dovevano lasciare venire le loro donne”, racconta la Fioretti. Volevano incentivi economici, come spesso offrono le Ong: “abbiamo promesso che presto avrebbero guadato i loro soldi da sole e molte se ne sono andate, chi è rimasto ha imparato e ora sono contente, abbiamo anche adebito una stanza ad asilo, con due insegnanti, così loro possono lavorare in pace senza ricatti da parte della famiglia o senza che nessuno pensi come è successo che questo fosse un bordello”. Non è stato facile, soprattutto perché la società maschile afgana è feroce, le donne all’inizio avevano paura di togliersi il burqa, ora invece lo infilano solo quando superano quel cancello che le riporta nel loro mondo infernale. Otto donne per società più altre cinque che vengono prese in formazione, tutte le altre devono seguono lezioni di alfabetizzazione, igiene, economia, nel giro di due anni, queste piccole manager afgane sono passate dal non riuscire a compilare una lista della spesa, a crearsi i loro budjet e a litigare negli uffici dei vari ministeri per avere i loro permessi. Certo in mezzo alla strada sono solo donne, ma dentro di loro non lo sono più. Ne sa qualcosa Saleha che un giorno arrivò in lacrime al centro dicendo che doveva andarsene perché suo marito, un militare, era stato trasferito nel nord. “Era la più brava nel taglio delle gemme e non potevamo perderla”, dice Arianna Briganti, esperto socioeducativo e residente a Qabul da quasi due anni. La soluzione è arrivata da un afgano maschio, il suo insegnante di taglio che si è fatto da parte, lei era abbastanza brava da prendere il suo posto. Così a Saleha è stato proposto un lavoro e le sono stati offerti 100 dollari al mese. Suo marito si è convinto a non partire, perché ora lei avrebbe guadagnato più di lui, e così Saleha ha vinto la sua piccola grande rivoluzione. Lo stesso vale per Assafa Nakshbandi, vedova di 50 anni, il marito era direttore di un tg. Una mattina i talebani lo uccisero all’uscita dalla moschea. Assafa rimase sola con sette figli e due possibilità,  al tempo del regime dei taleban: chiedere l’elemosina o prostituirsi. Ha resistito e ha imparato, e ora Assafa può piangere suo marito perché era il padre dei suoi figli e non perché con la sua morte innocente le aveva portato via la vita.

 

Giornalista di guerra e scrittrice

2 Comment on “Le tagliatrici di gemme

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: