non dormo da ieri e fa un freddo becco. All’inizio, verso l’ora di pranzo sembrava ancora accettabile, poi è salito un vento tagliente che sapeva tanto di neve e che non mi piaceva affatto. ha anche piovvigginato, mi sono completamente macchiata il cappotto. La città è tranquilla anche perché forse era venerdì. 
 
  
Il Messaggero
Kabul – “E’ indegno rapire un giornalista”. Non ha mezzi termini Qari Muhammad Ajaz, l’imam della moschea Wazir Akbar Khan nel centro di Kabul. “Rapire e fare del male non fa parte dei valori dell’Islam. E io condanno qualsiasi azione violenta”, ci dice l’imam commentando il rapimento dell’inviato di Repubblica Daniele Mastrogiacomo. E proprio “Daniele”, lo chiama, come se fosse un vecchio amico che rimpiange di non aver ancora conosciuto. Incorniciato nel suo turbante nero e in una barba perfettamente tagliata, è avvolto in un mantello scuro che lascia intravedere un lindo scamiciato bianco. Stringe le mani a tutti, lancia calorosi sorrisi ai fedeli che escono dalla moschea dopo la preghiera più importante, quella del venerdì. Nel suo sermone ha parlato all’indomani della festa delle donne, dei loro diritti e di quanto siano ancora ben lontani dall’ottenerli. L’imam non si fa attendere, sembra avere voglia di accogliere e di parlare con quei giornalisti italiani che gli chiedono cosa ne pensa del sequestro. I Taleban hanno rapito Mastrogiacomo e i Taleban sono dei fanatici religiosi musulmani, ma per l’imam della frequentata moschea, essere religiosi vuol dire ben altro.  Nessuno meglio degli afgani sa cosa significa essere ostaggio dei Taleban e tutti hanno voglia di dirlo e di manifestare la propria solidarietà. Alla moschea arrivano nuovi fedeli, si lanciano verso i rubinetti di acqua ghiacciata per le abluzioni e prima di togliersi le scarpe per entrare in moschea si fermano ad ascoltare quella piccola predica privata e imprevista, c’è chi ascolta, c’è chi annuisce e chi scuote la testa. La storia del giornalista italiano rapito non passa inosservata, ma si confonde con le devastanti disgrazie che colpiscono quotidianamente un paese ormai da decenni devastato dalle guerre. “Credo che sia un gesto molto bello quello del sindaco di Roma di essere andato nella moschea, magari la prossima volta durante il sermone parlerò del vostro collega, sempre che non lo liberino prima”. E’ ottimista? “Perché non dovrei esserlo?”. Ajaz non può non esserlo dopo tutto quello che ha visto e passato. C’è un albero fuori dal recinto della sua moschea. E’ spoglio e non ha ancora neanche un germoglio. Era lì che i Taleban appendevano le mani e i piedi che tagliavano ai ladri o qualche altro criminale nello stadio di Kabul. Quegli arti umani appesi dovevano essere di monito a tutti. Sono trascorsi anni, ma di quell’albero che nessuno ha avuto il coraggio di abbattere se ne parla ancora. D’altra ogni palazzo, ponte, strada ha una storia da raccontare e quasi mai bella. Kabul è quieta, forse perché è giorno di festa, si gira tranquillamente come se si attraversasse un’immensa fetta di formaggio svizzero. I buchi e le buche sono ovunque, nelle strade, nei palazzi, nella profondità delle cicatrici che si portano addosso le persone. Le donne che dovevano abbandonare il velo all’indomani della presunta fuga dei talebani, lo portano ancora, un azzurro sgargiante, pesante, con quella trama fitta davanti gli occhi, il simbolo della prigione che ogni giorno come piccole tartarughe si portano addosso. “Gli afgani sono brava gente, i Taleban non hanno niente a che fare con noi, mi dispiace per il vostro collega”, dice un vecchio afgano dall’aspetto imponente che spicca nella sala d’aspetto dell’aeroporto di Kabul. Parla bene inglese, ma i suoi vestiti tradizionali gli infondono un’aria quasi regale. Come molti afgani ha combattuto contro i russi poi si è ritrovato schiacciato dalla guerra civile e ha quasi tirato un sospiro di sollievo quando sono arrivati i Taleban a metà degli anni ‘90. “Per un attimo abbiamo creduto che portassero ordine, ma era solo un’illusione”.  Un’illusione che si è trasformata in una realtà devastante, di cui se ne leggono ancora oggi i segni accentuati da una guerra di liberazione che non sembra aver liberato nessuno. Fa molto freddo a Kabul e forse per questo i bambini agli angoli delle strade si muovono in fretta. Non hanno scarpe, le magliette sono leggere e i pantaloni sono troppo corti. Molti raccolgono lattine, o piccoli oggetti buttati che si possono riciclare. Hanno degli enormi sacchi di plastica trasparente che riempiono fino a che riescono a trascinarli appoggiati su quelle piccole schiene piegate dal peso. Per loro l’immondizia è un tesoro di cui la capitale dell’Afghanistan abbonda. Dietro di loro c’è un enorme shopping center con i vetri luccicanti da poco costruito. “L’Afghanistan arranca – dice Nasser, un ragazzo di trent’anni laureato in legge – e noi non siamo riusciti a difenderlo dai Taleban, abbiamo combattuto ogni invasione e ci siamo arresi alla loro. Spero che il vostro collega sia forte e venga presto liberato, perché chiunque ami l’Afghanistan, gli appartiene, Daniele è uno di noi”.

Giornalista di guerra e scrittrice

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