Non capita spesso nella provincia di Anbar, roccaforte della militanza sunnita, di imbattersi in un camion bomba. Nel cuore dei combattenti che non disdegnano di dare rifugio ai militanti di al Qaeda non ci sono stati molti attentati in passato. Anzi dopo i ripetuti attacchi americani, l’assedio di Falluja e Ramadi, i rapimenti degli stranieri, per molti iracheni sunniti, era diventato una specie di zona «sicura» o meglio, meno pericolosa, dove rifugiarsi dalla violenza settaria che tiene in ostaggio Bagdad. Ma l’esplosione di ieri a circa 80 km dalla capitale, a Habbaniyya, che ha fatto almeno 40 morti e 60 feriti, cambia un po’ le regole di quel gioco senza esclusione di colpi che si sta disputando in Iraq.
D’altra parte una rappresaglia sciita era prevista, l’operazione «Imporre la sicurezza», lanciata dieci giorni fa, dal premier al Maliki, contrariamente a tutte le altre volte ha messo a ferro a fuoco anche i quartieri sciiti, le cui milizie sono corresponsabili delle stragi e delle esecuzioni di carattere religioso. Non solo, il 22 febbraio scorso a Samarra, veniva attaccata e in parte distrutta la moschea sciita, proprio quella che diede il via alla guerra civile. Con l’operazione delle forze americane e irachene in corso, i centinaia di posti di blocco e le migliaia di soldati sguinzagliati per le strade c’è stato un evidente calo, sia di attacchi che di rapimenti di iracheni e quindi del ritrovamento di corpi, questo significa per i militanti sciiti, che se vogliono colpire ancora i sunniti, almeno in questo periodo di assedio militare della capitale, devono per forza interferire fuori, uscire da Bagdad e colpire tutte le città intorno, come Habbaniyya.
Un calo di attentati, può essere solo un velo che verrà strappato non appena l’operazione terminerà, non a caso, secondo i comandanti americani, che sui numeri non hanno cantato vittoria, ci vorranno mesi per capire se il loro lavoro sarà stato efficace. Intanto si contano i morti di Habaniyya, tra i 30 e i 40, gente che entrava in moschea o faceva le ultime spese al mercato, persone cancellate nel buio di una sera che cala presto in Iraq. Attesa una rappresaglia, in un Iraq dove la giustizia si chiama vendetta, non resterà impunito l’attacco ai fedeli dell’altra fazione, gli sciiti. D’altra parte sembra esattamente quello che vogliono i combattenti, da una parte o dall’altra: radicalizzare la lotta, renderla sempre di più un fatto religioso, spesso per mascherare altri interessi che possono essere economici o geopolitici, ma gli estremisti si controllano e si usano meglio e la popolazione è ancora più terrorizzata quando si colpiscono i simboli della religione, come le moschee dove una volta per tutti erano un posto sicuro dove poter sfuggire alla violenza. Non esistono più luoghi così in Iraq. Anche l’arresto e poi il rilascio con tanto di scuse da parte dell’ambasciatore americano, del figlio di uno dei più influenti leader politici sciiti avrà le sue conseguenze. Il figlio di Abdel Aziz al Hakim, capo non solo del più importante partito iracheno, Sciri, ma anche di una potente milizia quella del Badr, filo iraniana, ha trasformato il suo arresto in un fatto religioso, o almeno così è stata la reazione di Moqtada al Sadr, leader radicale sciita: «Si è trattato di "un simbolo" religioso da parte delle forze di occupazione» e ha ammonito che se le forze Usa dovessero mai arrestarlo la crisi nella società irachena sarebbe paragonabile all’esplosione di una bomba nucleare». In tutto questo gli americani dirigono qualche volta anche involontariamente la marea: se loro si spostano in una zona, i militanti operano in un’altra, in un caos che rischia sempre di più di allargarsi ogni giorno che passa.

Giornalista di guerra e scrittrice

3 Comment on “camion bomba contro una moschea nella provincia di Anbar

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