Il centro di Beirut è diviso dal filo spinato. E dalle ideologie, dal malessere e dalle appartenenze religiose e settarie. Nell’aria si respira tensione e paura. Commozione e rabbia. Piazza dei Martiri dipinta di blu, i colori del partito dell’ex premier Rafik Hariri, sta per essere invasa da una folla di persone che vogliono ricordare Hariri nel secondo anniversario della sua morte. Un grande orologio scandisce i giorni, 730 da quel fatidico San Valentino, che ancora una volta ha cambiato con violenza la storia del paese dei cedri. Le decine di candele che aspettano di essere accese sono per Hariri e per il sangue versato in Libano in nome di una pace irraggiungibile mentre il filo spinato e i soldati servono a tenere a bada i manifestanti libanesi, filo siriani ed Hezbollah che a poche decine di metri in una piazza accanto si sono accampati dal primo dicembre scorso per protestare contro il governo. Due anni dopo l’uccisione di uno dei politici più influenti, il Libano è paralizzato dalla lotta politica per il potere e ribollente con le tensioni settarie che molti temono possano far ripiombare il paese negli anni bui della guerra civile. Ieri a nord di Beirut, nel villagetto cristiano che ha dato i natali all’ex presidente Amin Gemayel, sono stati fatti saltare due minibus che trasportavano operai. Diciassette feriti e tre morti, un autista, un ragazzino di 15 anni e un immigrato egiziano. Era da novembre che non si verificava un attentato, quando venne ucciso proprio il figlio di Gemayel, Pierre. Qualcuno crede che con questo attacco si voglia voglia tenere la gente lontano dalla manifestazione di oggi. “Mani aliene sono dietro queste esplosioni. I libanesi non uccidono i libanesi”, ha commentato Amin Gemayl. La questione è complessa. I sostenitori di Hariri, e del governo, composto dei suoi alleati, accusano la Siria di essere dietro all’omicidio. “L’attentato era un chiaro invito a non prendere l’autobus per venire alla commemorazione – ha detto suo figlio Saad Hariri – ma chi crede che quello che è successo sarà dimenticato, si sbaglia”. Per capire il Libano oggi, bisogna comprendere Hariri e come è cambiato il paese alla sua morte. Il premier era un politico sunnita che predicava il compromesso e che credeva che la coesistenza in Libano di comunità cristiane e musulmane fosse una qualità che li distingueva da ogni altra nazione mediorientale. Hariri era di origini saudite, legato alla famiglia reale Saudita, alla fine degli anni 80 aiutò a scrivere gli accordi di Taif, una formula di poteri condivisi, che portarono alla fine della guerra civile che aveva martoriato il paese dal 1975 al 1990. Il suo assassinio il 14 novembre 2005, nel centro di Beirut fu uno tsunami politico. I siriani che avevano controllato il Libano per trent’anni, furono costretti a ritirare l’esercito grazie alle pressioni internazionali e locali che accusavano Damasco dell’attentato ad Hariri. Le elezioni portarono i sostenitori di Hariri al potere con un governo guidato da Fuad Siniora, appoggiato dagli Stati Uniti. Ma la dipartita dei siriani non fu indolore, una serie di attentati e agguati uccisero quattro influenti politici antisiriani e una giornalista. Le divisioni settarie e politiche cominciavano a manifestarsi dopo tutti gli anni trascorsi sotto il controllo siriano. Sono le stesse divisioni che ora paralizzano il governo. Il movimento di opposizione degli Hezbollah (un gruppo di manifattura iraniana nato negli anni 80 per combattere l’occupazione israeliana) da due mesi protesta contro il governo di Siniora. Vuole la formazione di un nuovo governo, dove a loro sia concesso un terzo più uno dei seggi, abbastanza per porre il veto nelle decisioni più importanti. Seniora ha detto no, ma il suo governo è tenuto insieme da un filo: un quarto dei suoi ministri, cinque sciiti e un cristiano, tutti fedeli all’opposizione, si sono dimessi in novembre, mentre il ministro dell’industria, il figlio dell’ex presidente, è stato ucciso negli stessi giorni. Hariri guidò la ricostruzione del paese, puntano sul commercio e sugli affari. Ma quegli sforzi sono stati minati dalle manifestazioni, dalle prepotenze e da quelle strade e ponti che Hariri fece costruire e che ora giacciono in rovina dopo i bombardamenti israeliani dell’estate scorsa quando tentarono invano di spazzare via gli Hezbollah.

Giornalista di guerra e scrittrice

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