Eco

Ibrahim Jafar ha solo dieci anni, ma le sue parole, le espressioni che usa e la storia che racconterà non solo hanno cambiato la sua vita per sempre, lo hanno reso quel piccolo uomo come ce ne sono ormai troppi in Iraq. Capace di parlare di una guerra, invece di pensare ai giochi. Pronto a disquisire sulla vita e la morte, invece di fare i capricci. Consapevole di aver vissuto tutto quello che un bambino non dovrebbe mai neanche immaginare. Sono migliaia i ragazzini iracheni rapiti. Per lo più da bande di criminali di cui è impregnata la città. Non solo: i riscatti, decine di migliaia di dollari, sono una delle fonti principali di reddito della militanza, sia sunnita che sciita. Li prendono davanti a scuola, li strappano dalle braccia dei genitori, bambini che spesso spariscono nel nulla, perché nel caos non si indaga. La polizia non ha i mezzi, volontà, né la capacità di intervenire. Ogni famiglia viene lasciata a cavarsela da sola. Chi conosce, anche un solo iracheno, ha una storia terribile da raccontare. “Mi chiamo Ibrahim, ho dieci anni e sono nato a Baghdad. Due mesi fa sono stato rapito e sono stato rilasciato tre settimane dopo, quando la mia famiglia ha pagato il riscatto”. Non c’è emozione nella voce di Ibrahim, come se raccontasse la storia di qualcun altro. “Ero appena uscito da scuola alla solita ora, le 11.45, ma mio padre che doveva venirmi a prendere era in ritardo. Succede a volte perché qui il traffico è terribile. Ho visto due uomini armati venirmi incontro, mi hanno preso per un braccio e mi hanno spinto in una macchina – ricorda Ibrahim – Ho cominciato ad piangere. Potevo sentire il mio maestro che gridava “aiuto” all’entrata della scuola, diceva che mi stavano rapendo, ma ormai era troppo tardi”. La macchina partì a tutta velocità, Ibrahim venne bendato e un uomo gli si sedette a fianco sul sedile posteriore. “L’uomo mi disse che se avessi detto una parola mi avrebbe impiccato. Non sapevo cosa fare. Ho pianto tutto il tempo, e l’uomo seduto vicino durante il viaggio mi colpiva in faccia ogni volta che piangevo forte”. Dopo circa mezzora, la macchina si fermò nel cortile di una casa, il piccolo venne fatto scendere e portato dentro. “Mi tolsero la benda e mi resi conto che la casa non aveva mobili. Mi davano da mangiare due volte la giorno, per lo più creme insipide. Mi hanno costretto a parlare con la mia famiglia al telefono. Mi hanno detto di dire che mi picchiavano e che mi avrebbero tagliato le orecchie”. Per tre settimane, ogni giorno, mentre i rapitori mercanteggiavano il riscatto del bambino con i genitori, non certo benestanti, gli dicevano che lo avrebbero ucciso se non avessero avuto i soldi. “Un giorno la situazione è peggiorata. Uno di quei tipi ha cercato di farmi delle brutte cose, avevo davvero paura, ma grazie a Dio, è arrivato un altro di loro che gli ha dato un pugno in faccia e lo ha costretto a lasciarmi da solo. In quel momento ho capito che potevano anche uccidermi, ma sarei morto con la mia dignità intatta”. Intanto a casa, i genitori di Ibrahim cercavano di trovare i soldi. In una Baghdad schiacciata dalla violenza anche trovare denaro contante può essere difficile. Il padre ha venduto il suo negozio e la madre tutto l’oro e i gioielli della dote. Insieme sono riusciti a raggranellare i circa 40 mila euro che i rapitori chiedevano. “Non so davvero come ci sono riusciti, ma i miei genitori hanno pagato e io sono stato lasciato in mezzo ad una strada vuota senza neanche sapere dove fossi. Un taxi si è fermato, ho raccontato ad un anziano autista quello che mi era successo e mi ha portato subito a casa. Questa volta è stato l’uomo che guidava a piangere tutto il tempo, continuava a dire che gli dispiaceva, per me e per il nostro paese, per quello che era diventato”. Ora Ibrahim è a casa, sano e salvo tra le braccia della madre e del padre, i lividi delle botte che ha preso stanno sparendo, sono le cicatrici che non si vedono quelle che impiegheranno più tempo a rimarginare. Un anno fa il fratello più grande di Ibrahim era stato quasi rapito, ma poi i rapitori devono aver deciso che era più facile sequestrare un bambino fisicamente più piccolo. “Stiamo facendo le valigie. La prossima settimana partiamo per la Siria – spiega Ibrahim – la mia famiglia vive nel terrore e i miei temono che i rapitori possano pensare che se hanno trovato i soldi per un riscatto ne possano trovare per un altro. Mi mancheranno i miei amici e la scuola, ma sono contento che lasciamo l’Iraq e non solo perché sono stato rapito, ma perché non è facile dormire quando senti sparare tutta la notte e hai paura di essere il prossimo corpo che portano alla camera mortuaria”.

Giornalista di guerra e scrittrice

One Comment on “UN BAMBINO RAPITO

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: