il Messaggero

Zeinab Rashid da dieci giorni non frequenta più le lezioni. L’ultima volta che si è recata in università sono morti cento studenti e lei era lì quando è stata travolta da due esplosioni. Si era attardata per aspettare un’amica con la quale prendeva l’autobus per tornare a casa. Era una delle condizioni che le avevano imposto i genitori per acconsentire che ancora andasse a scuola: non doveva mai tornare da sola. Quel giorno lottava contro un terribile mal di testa ma si rinfrancò quando vide l’amica venirle incontro. “All’improvviso ci fu un rumore tremendo e quando aprii gli occhi vidi un fungo di fumo salire verso il cielo. Io stavo bene, ma mi rivolsi verso la mia amica che urlava ad una decina di metri di me. Abbassai lo sguardo e vidi che a terra tra le sue gambe c’era una testa”, racconta Zeinab, una ragazza irachena di vent’anni. Con distacco racconta l’orrore di quella giornata, le grida, il sangue, i soccorsi, la confusione e soprattutto la paura che ogni giorno che passa si impossessa di un pezzetto in più della vita dei giovani iracheni. Ma non è per questo che Zainab ha smesso di andare all’università. “Quel giorno, quando sono tornata a casa ho trovato mia madre accasciata sulle scale di casa. Quando mi ha visto, mi ha guardata come se fossi un fantasma. Mi si è gettata addosso e mi ha stretto riempiendomi di baci e di lacrime. Continuava a supplicarmi di non uscire mai più”. Zeinab dopo dieci giorni sta ancora aspettando che sua madre si calmi, poi proverà a tornare all’università. “Di certo la realtà che ci circonda non ci aiuta. Una volta, dovevo combattere con i miei per uscire la sera a mangiare fuori con le amiche, adesso devo farlo per andare a scuola. Dopo quello che ho visto, li capisco, mi sono trovata così vicino alla morte. Ci troviamo sempre un po’ più vicino alla fine. Non c’è più un posto sicuro per noi. Neanche a casa lo siamo, in qualunque momento possono arrivare squadroni della morte, soldati iracheni o militari americani. Sentiamo storie di tutti i tipi e nessuna finisce bene, vorrei che avessimo i soldi per andarcene, ma i miei genitori non sono abbastanza ricchi”.  Nadeem Haziz, non ha dubbi: “La mia vita vale più di un diploma”, dice spiegando che sono ormai settimane che non va più all’università, frequentava geografia, ma dopo aver visto un suo professore trucidato davanti all’entrata della sua facoltà, ha detto basta. “Il problema non è solo quello di arrivare e andarsene dall’università. Spesso si rischia per arrivare e poi si scopre che non ci sono i professori, perché sono morti, fuggiti o impauriti. Le milizie diffondono liste nere con i nomi dei professori che devono morire. Spesso non si fa lezione, spesso saltano le sessioni di esame, o peggio l’università chiude per giorni senza che nessuno venga essere avvisato”. Secondo il ministero dell’Educazione iracheno, i professori di università e gli insegnanti di medie e superiori sono vittime di agguati e intimidazioni. Dal 2003 sarebbero morti almeno 280 accademici, e 3250 hanno lasciato il paese. L’ufficio dell’amministrazione dell’Università d Baghdad ha ammesso che l’iscrizione al campus che comprende gli alloggi degli studenti che vengono da fuori la capitale, è diminuita del 40 per cento, mentre l’iscrizione al campus nel distretto di Hadhamiya si è addirittura dimezzato. Una volta l’Educazione superiore irachena era considerata tra le più avanzate del Medio Oriente, ma negli ultimi vent’anni, tra guerre ed embargo, la qualità è progressivamente diminuita per poi precipitare negli ultimi anni. Ad ogni modo i corsi nelle 20 università statali restano gratuiti così come nei 47 istituti tecnici sparsi per il paese. Heba Yassin, 21 anni, studentessa di medicina, non demorde. “Ogni volta che esco di casa spezzo il cuore dei miei genitori. Ma non la darò vinta alle milizie. Ognuno combatte a modo suo, io cerco di diventare un dottore. Il nostro paese ha bisogno di medici non di soldati o combattenti. Le milizie non vogliono che siamo istruiti. Dove non c’è cultura è più facile controllare le persone, ed è proprio per questo che non dobbiamo lasciarli fare. Fino all’anno scorso non sapevo neanche se ero sunnita o sciita, non ha mai importato nessuno. Ma siamo circondati da persone ignoranti che ascoltano persone di altri paesi che cercano di aizzarci l’uno contro l’altro. Come vincere? Per me  c’è un solo modo: non arrendersi”.

Giornalista di guerra e scrittrice

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