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ROMA Abbracci e strette di mano. L’incontro del ministro degli esteri italiano Massimo D’Alema e il suo collega curdo iracheno Hoshyar Zebari non poteva andare meglio. Se l’Iraq fosse stato un paese come tutti gli altri, la firma del trattato di amicizia avvenuto oggi, sarebbe un raggio di sole per l’Iraq e per l’impegno che l’Italia ha preso nei confronti di un paese schiacciato dalla violenza.
Nel trattato i due governi insistono sui profondi legami storici che legano i due popoli e l’esistenza di un ricco patrimonio storico e culturale comune che ha lasciato tracce importanti nella storia e nella cultura. In particolare le parti si impegnano a rispettare reciprocamente la loro «uguaglianza sovrana», il diritto alla libertà e all’indipendenza politica e ad astenersi da qualsiasi forma di ingerenza diretta e indiretta. «Il ritiro delle nostre truppe non ha rappresentato il ritiro del nostro impegno con l’Iraq – ha detto D’Alema – restiamo presenti con la cooperazione e il sostegno».
La proposta dell’Italia è di sviluppare e incoraggiare i rapporti tra gli operatori dei due paesi nei settori produttivi e dei servizi, cercando di realizzare progetti di investimento e la creazione di società miste, soprattutto per quanto riguarda l’energia, le comunicazioni, i trasporti, la tutela dell’ambiente e della lotta all’inquinamento. Un lavoro immane che potrà essere fatto solo quando la situazione irachena sarà più stabile. Non a caso la sicurezza è uno dei punti cardine di ogni conversazione. «Cerchiamo di fermare la violenza, e l’invio di nuovi soldati americani servirà a questo- ha spiegato Zebari che ha ringraziato l’Italia per la sua presenza militare in Iraq anche se ormai finita – I militari italiani ci hanno dato una speranza di pace e di fiducia. Il mio ringraziamento non può che essere rivolto ai 32 militari e sei civili caduti per il nostro paese, il loro sacrificio non è stato vano».
Il trattato sarà per l’Iraq e l’Italia la base su cui si lavorerà per una stretta collaborazione economica e finanziaria, nel campo della sicurezza, della crescita socio economica. Tra l’altro ci sarà una commissione mista di cooperazione ad alto livello, presieduta dai ministri degli Esteri dei due paesi per discutere di mezzi e possibilità. Insomma l’affare della ricostruzione si è messo in moto, ma non sono previsti tempi brevi, almeno fino a quando per un occidentale e anche per un iracheno non sarà possibile girare in Iraq senza rischiare di essere ucciso e rapito. «È importante riuscire a garantire la sicurezza – ha ribadito D’Alema – la capitale è un punto strategico. Ma lo sono anche i rapporti con i paesi vicini, bisogna evitare il rischio di guardare l’Iraq come un campo di battaglia. E l’Italia non mancherà di dare il suo contributo». La frecciatina è diretta a Siria e Iran, accusati di ingerenze nella politica irachena, nonché di finanziare e sostenere le milizie sciite e sunnite. I bei discorsi dei due leader sarebbero piaciuti anche gli iracheni, il solo pensare che l’Italia non li ha abbandonati dopo il ritiro, ma anche l’idea che ci sono paesi disposti a investire in un Iraq tanto martoriato può dare fiducia alla gente. Ma il problema dell’Iraq non sono solo 20 mila soldati in più che arriveranno per compiere un miracolo a Bagdad, gli iracheni hanno già capito che niente si risolve militarmente, ma fino a che il caos regnerà nella politica irachena, non si investirà tanto presto. «Quella di oggi è una pietra miliare – ha detto il ministro degli Esteri iracheno – di un progetto i cui frutti raccoglieranno le generazioni future». Sempre che ci siano delle generazioni future.

Giornalista di guerra e scrittrice

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