ECO

Sono 34.452 i civili morti in Iraq nel 2006. Lo ha reso noto un rapporto delle Nazioni Unite basato su dati del ministero della Salute iracheno e degli ospedali. Se si tiene conto che molte famiglie non portano i propri morti all’ospedale ma li seppelliscono direttamente in cimitero, potrebbero essere molti di più. La cifra comunque è spaventosa. Si tratta di una media di 96 persone al giorno. Ma non è l’unica.  Ce ne sono almeno altre 36 mila rimaste ferite, 12 mila poliziotti uccisi dall’invasione americana, 30, 842 persone arrestate dall’inizio della guerra, di cui 14 mila sono nelle prigioni gestite dagli americani in Iraq. Quasi mezzo milione di persone dal 22 febbraio scorso ha lasciato la propria casa per fuggire all’estero o in qualche altra parte del paese, i più sfortunati affollano i campi profughi intorno a Baghdad. Numeri, cifre senza nomi, senza facce, senza ricordi o sogni. Ma quei numeri sono persone. Alcuni di quei morti li ho conosciuti. Alcune delle persone di cui sono state raccontate le storie ora non ci sono più. Alcune delle persone che hanno aiutato a raccontare queste storie sono stati brutalmente ammazzati. Fatima era venuta a Baghdad perché uno dei suoi figli era stata ucciso durante un’incursione americana a Falluja. Nella capitale gli altri due figli sono stati rapiti torturati e uccisi dalle milizie sciite. Fatima se n’è tornata a Falluja poco dopo il nostro incontro con il cuore spezzato. Raad Abbas, un ragazzo di 26 anni ieri ha perso una gamba al mercato, era andato a far la spesa dopo due settimane, gli era sembrata una giornata calma. La donna accanto a lui al banco di verdura non si è più rialzata. Raed Abbas, quando lo conobbi nel 2003 era il campione iracheno di arti marziali, traboccava di vita e di sogni perché avrebbe partecipato ai giochi olimpici di Atene. Non vinse nulla, ma al ritorno durante gli spostamenti per il ritiro, è stato sequestrato con tutta la sua squadra. Di loro non si è mai più saputo nulla. Maryam era una bambina di 8 anni quando un colpo di mortaio ha colpito il tetto della sua scuola. Il soffitto le è crollato addosso, sotto gli occhi dei genitori che aspettavano la campanella che annunciava l’uscita. Hanno scavato fino a rompersi le unghie sperando di trovarla ancora viva. Un amico della dottoressa Hamida Bakri, è stato ucciso tre settimane fa, non certo è il primo collega che perde. Ora gira con due guardie del corpo, ma non sa ancora quanto potrà andare avanti a vivere così. Quante storie sono? Quattro? Cinque? Ne restano, 34 mila e 447.  La guerra, soprattutto quella irachena insegna una cosa, per chi non lo sa già, molto semplice, che la guerra uccide la gente. Uccide insegnati, operai, spazzini, postini, dottori e politici. Uccide senza guardare in faccia a nessuno. Non si combatte più in un campo aperto dove ci sono due eserciti, si combatte in mezzo alle strade, sui tetti, negli androni delle case. Si combatte tra la gente che muore. Un proiettile vagante che colpisce un bimbo alla finestra o una donna che fa la spesa. Una mina piazzata sulla strada che falcia il poliziotto e stermina dieci operai. 34 mila morti significa migliaia di vedove, di vedovi, di genitori senza figli e di orfani, di bambini che non conoscono serenità, benessere, ma solo violenza e che diventeranno adulti fragili. Haifa Waleed ha le idee chiare: “Non sono andato a scuola negli ultimi tre anni perché ho paura di morire. Molti dei miei amici sono stati uccisi o rapiti, gli altri hanno lasciato il paese. Mi mancano i miei amici, mi manca la scuola, ma quando ero in aula fissavo alla porta aspettandomi che all’improvviso arrivasse qualcuno per rapirmi. La mia famiglia è povera e non avrebbero i soldi per pagare un riscatto. Mia madre per un po’ mi ha costretto ad andare a scuola, mi diceva che Dio, non avrebbe permesso che mi accadesse qualcosa, ma poi si è accorta che anche le persone che pregano giorno e notte muoiono. Due settimane fa, una mia cara amica è stata uccisa mentre usciva da scuola. Da una macchina uomini vestiti di nero (le divise delle milizie sciite di Al Sadr) hanno sparato contro lei e suo padre di fronte a tutti. Ho due fratelli, Amir e Younis, loro vanno ancora a scuola. Amir ha 13 anni e non ha paura di nulla, è già un uomo. Younis invece piange di continuo, ha solo 7 anni e i miei genitori non capiscono che non ce la fa e io sono ancora troppo piccolo per consolarlo”. Haifa Waleed ha solo dieci anni.

Giornalista di guerra e scrittrice

4 Comment on “34 mila civili uccisi in Iraq nel 2006

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: