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Al premier iracheno al Maliki, il discorso del presidente Bush è piaciuto. Non ha esitato ad accettare l’invio di altre ventimila truppe e si è detto pronto forse come non mai a smantellare le milizie sciite. Gli americani dal canto loro devono avergli fatto una promessa, che a molti sarebbe suonata come una minaccia: “Il governo di al Maliki”, è a termine, ha detto il segretario di stato americano, Condoleeza Rice, ma per Nouri al Maliki, che non ha mai avuto intenzione se non gli fosse stato espressamente chiesto dai potenti dietro di lui, di fare il premier, non sono parole negative. Anzi se potesse si alzerebbe subito dalla bollente poltrona di primo ministro per fare il semplice parlamentare. Ma al Maliki ha ancora tre anni davanti a sé, a meno che non trovi una scappatoia per togliersi dai pasticci un po’ prima. Il premier è in una difficile posizione, è al potere grazie alla maggioranza sciita: tre i movimenti principali, il partito Dawa di cui fa parte il premier, quello del leader radicale Moqtada al Sadr che comanda una efferata milizia di quasi 60 mila uomini e lo Sciri, il partito più grande guidato da Abdel Aziz al Haqim che sotto di lui ha un’altra sanguinaria milizia, quella del Badr, addestrata direttamente dagli iraniani. Queste milizie, si sono infiltrate nella polizia e nell’esercito, diventando forze di sicurezza non agli ordini dello Stato come dovrebbero essere, ma dei loro padroni. Di qui, le razzia, i rapimenti di massa, le estorsioni, la corruzione. Un sunnita non può neanche entrare in ospedale, perché il ministero della Salute è in mano ad al Sadr. Un sunnita non chiamerebbe mai la polizia in caso di rapimento, perché non può essere sicuro che non sia stato proprio un comando di poliziotti a rapire qualche suo familiare. Moltissimi politici sciiti hanno trascorso il loro esilio durante il regime di Saddam Hussein a Teheran, dove per anni hanno tessuto le trame di una stretta relazione che oggi viene fuori molto chiaramente non solo in una forte influenza politica, ma anche con il finanziamento e l’armamento delle varie milizie. Non basta dire che l’America è stata sconfitta in Iraq, bisogna ammettere che l’Iran ha vinto la guerra senza neanche combattere. E questo non piace al presidente Bush che nel suo discorso, scalzando i consigli dei democratici che auspicavano al dialogo, si è detto pronto ad intervenire contro Iran e Siria per la loro ingerenza negli affari iracheni e di conseguenza in quelli americani. Per la prima volta il premier al Maliki, ha serrato le mascelle e detto che le milizie vanno smantellate. Ma non è tutta farina del suo sacco, non è diventato all’ultimo momento coraggioso e intrepido, al Maliki alle spalle ha il Grand Ayatollah al Sistani, la massima autorità religiosa sciita. Il “Grande Vecchio, come lo chiamano gli iracheni, è capace di fare il brutto e cattivo tempo in Iraq. Al Sistani ha detto “via le milizie” e con la sua benedizione tutto è possibile. “Sua eminenza con enfasi ha raccomandato che venga implementata la legge senza discriminazione di identità o religione. Vuole che le armi siano in mano allo Stato e che tutte le armi illegali vengano consegnate”, ha detto Rubaie, il consigliere per la sicurezza nazionale di Al Maliki. Ma non sarà facile disarmare le milizie. Non si rinuncia alle armi quando è in corso una guerra per il potere e per il territorio ed è proprio quello che sta accadendo a Baghdad, non è un caso che tutti i 21 mila e cinquecento soldati che Bush manderà in più in Iraq, finiranno nella capitale. E’ lì che si gioca la partita finale. E’ lì il cuore della battaglia. L’insorgenza sunnita che ancora si macchia di terribili attentati, per lo più attacchi contro gli americani e autobombe contro gli iracheni nei quartieri sciiti, con il passare del tempo è diventata politicamente il male minore, anche perché sembra possibile, qualora lo si vorrebbe, raggiungere un accordo. Prima dell’impiccagione di Saddam, agli ex militari di Saddam che si erano dati alla “resistenza”, dopo quella che consideravano l’invasione americana, era stato chiesto di entrare nel nuovo esercito, di mantenere i propri gradi, un po’ per bilanciare la presenza sciita ma anche perché i sunniti che hanno comandato negli ultimi 30 anni sanno come si gestisce  un esercito, un’intelligence e uno Stato, cosa di cui sono completamente all’oscuro i parlamentari sciiti che per settimane hanno frequentato corsi, preparati da organizzazioni americane per capire come si fa politica.

Giornalista di guerra e scrittrice

One Comment on “20 mila soldati americani in più, le milizie non saranno contente

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