Messaggero

Per il momento ha avuto solo una bella lavata di capo dai vertici dello Stato iracheno, ma resta fitto di incognite il futuro dell’uomo che ha girato immagini non autorizzate dell’esecuzione di Saddam Hussein, rivelando al mondo la gazzarra, le risatine, gli insulti al rais che senza battere ciglio e non smettendo mai di pregare si è abbandonato alla morte. Nel giro di poche ore il misterioso autore del filmato è stato individuato, arrestato e ora è in attesa di conoscere la punizione che spetta a chi mette in imbarazzo il governo iracheno. Di lui si sa solo che è una guardia della caserma, ex edificio dei servizi segreti iracheni, dove è stato condotto Saddam per essere giustiziato. Il premier al Maliki è furioso, ha fatto carte false perché la morte di Saddam avvenisse presto, ha perfino firmato lui stesso i documenti che servivano per l’esecuzione di Saddam, sollevando dall’incarico il presidente Talebani, noto per la sua contrarietà alla pena di morte. Al Maliki ha anche tagliato corto con il matrimonio dell’unico figlio maschio per non perdersi i preparativi per la fine dell’ex rais. Ma niente è andato come previsto, e costantemente sotto forti pressioni, che siano interne o esterne, il premier soli otto mesi al potere, comincia a desiderare di fare altro: “Un secondo mandato? Impossibile. Vorrei persino dimettermi prima della fine di questo. Vorrei servire il mio popolo fuori da questa cerchia, rimanendo nel parlamento o anche lavorando direttamente con la gente. Non volevo questa posizione. Ho accettato solo per essere utile all’interesse nazionale, ma non riaccadrà”. Il primo ministro, eletto il maggio scorso e in carica per quattro anni, si sente sconfitto politicamente dalle difficoltà di mettere insieme un esecutivo armonioso e dalla violenza settaria che non riesce a controllare. La morte di Saddam doveva essere una ventata ottimismo per la sua fragile autorità, tanto che non ha voluto assecondare gli americani che avevano chiesto un posticipo di due settimane. Invece l’ennesima decisione avventata si è trasformata in uno scandalo, grazie anche a una piccola guardia “ignorante”, come l’ha definita Muaffaq al Rubaie, consigliere alla sicurezza nazionale. “E’ stato poco professionale, disgustoso, non avrebbe dovuto succedere”, ha detto Rubaie costretto ad ammettere che l’esecuzione non si era svolta come lui l’aveva raccontata pochi minuti dopo definendola tranquilla e dignitosa. “Doveva svolgersi in maniera pacifica. Queste guardie, di basso livello, persone non istruite, hanno reagito in una maniera istintiva, non hanno controllato le loro emozioni. Ma hanno espresso i loro sentimenti in maniera inaccettabile. Prenderemo misure molto dure per punire quelli coinvolti”, ha detto Rubaie. Lo zelante consigliere, autorizzato commentatore dell’esecuzione è stato accusato da un altro testimone di essere uno degli uomini che avevano in mano il telefonino a due passi dal patibolo. “Dei due uomini che ho visto con il cellulare puntato verso la forca, c’era Rubaie – ha rivelato Munqith al Faroon, il procuratore generale, che aveva minacciato di andarsene e di sospendere l’esecuzione se la confusione non fosse cessata – eravamo presenti in 14 compreso me, un altro procuratore e i tre boia. Non sto accusando Rubaie dico solo quello che ho visto e non mi è piaciuto”. Riguardo alle azioni che potrebbe prendere il governo per chi ha filmato l’evento, Faroon ci ha detto al telefono: “se il suo intento era quello di infiammare le tensioni settaria sarà perseguito per quello che è un crimine molto grave che prevede il carcere. Ma in assenza di questa intenzione, la guardia subirà un provvedimento per una violazione e non per un reato”. Tanto più che oggi, contrariamente alle previsioni che li vedevano al patibolo, dopo le feste – ieri si è conclusa quella del Sacrificio, domani è il riposo settimanale e il 6 la festa delle Forze Armate –  potrebbero essere giustiziati all’alba, l’ex giudice Awad al Bandar e Barzan al Tikriti, ex capo dei servizi segreti e fratellastro di Saddam, condannati all’impiccagione insieme all’ex rais per l’uccisione di 148 sciiti a Dujail nel 1982. Anche per loro tutto è pronto, i documenti sarebbero stati già firmati, mancherebbero alcuni dettagli da risolvere con le autorità americane sui tempi e il luogo dove trasportare i prigionieri. E come per Saddam, fioccano le richieste per salvarli dalla pena capitale: “Chiedo ai capi di stato arabi e musulmani di intervenire per fermare questo processo illegale e ingiusto. Il tribunale che lo ha condannato all’impiccagione e’ illegale e il processo non ha alcun valore”, ha dichiarato  Amal Ibrahim, sorellastra dell’ex presidente iracheno e sorella di Tikriti. Al suo appello si è unita anche Luois Arbour, alto commissario dell’Onu ai diritti umani che anche per Saddam Hussein aveva manifestato i suoi dubbi sulla regolarità del processo.

Giornalista di guerra e scrittrice

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