Abu Karar non ha nessuna esitazione ad ammetterlo: quando ha visto le immagini di Saddam Hussein con il cappio attorno al collo è scoppiato a piangere. Ma le sue lacrime erano di gioia. Quelle di Sami Abbas, invece erano di dolore. Baghdad poche ore dopo l’esecuzione di Saddam si è trovata ancora una volta divisa e lontana. Da una parte dolcetti, fiori e danze, dall’altra negozi chiusi, saracinesche abbassate e silenzio. “E’ stata come una liberazione, è stato come se tutto il dolore, il male, il passato si fosse volatilizzato. I morti della mia famiglia possono ora riposare in pace”. Abu Karar, poi, come ogni giorno, ha aperto il suo caffè e ha servito tè e dolcetti gratis per tutti. “Ha ucciso quattro cugini miei e vorrei vederlo morire cento volte”. A Baghdad la gioia degli sciiti è stata intensa ma non è durata molto, a fine serata, si conteranno 77 morti, 31 dei quali nella città santa di Kufa, dove gli sciiti sopravvissuti hanno linciato l’uomo che hanno notato azionare un’autobomba. “Festeggiamo e piangiamo, facciamo i conti con il passato e cerchiamo di sopravvivere al futuro, non è facile, ma senza l’”uomo” possiamo farcela”, dice Haif un insegnante sciita. Nel mezzo il governo, con un premier Al Maliki che spera che la morte di Saddam lo investa della fama di uomo che ha saputo prendere delle decisioni importanti. Accanto al quartiere di Sadr City, cuore della militanza sciita, sono scoppiate tre autobombe. “Nessuno si fa illusioni, con  l’”uomo” morto, la situazione non migliorerà, ma questo non c’entra niente, per noi comunque è il giorno della giustizia”. Haif non riesce neanche a pronunciare il nome di Saddam, lo chiama l’uomo, ma lo considera ancora un mostro. A Najaf, a Kut a Nassiriryah, la gente ha festeggiato danzando nelle strade e offrendo dolci ai passanti e agli agenti delle forze di sicurezza. Ma anche se gli sciiti e i kurdi rappresentano l’ottanta per cento della popolazione, i sunniti sono la spina dorsale dell’insorgenza e molti temono che la loro rabbia sfoci in una devastante rappresaglia. “Saddam significava sicurezza e stabilità, ora ci aspetta una lago di sangue”, dice Sami Abbas, un negoziante che oggi in segno di lutto ha deciso di non aprire il suo negozio. Nella capitale i sunniti sono rimasti a casa. “C’è silenzio nei quartieri della zona ovest di Baghdad, i negozi sono chiusi, i sunniti sono sconvolti e scioccati”, ci racconta Fatima Shibak, un’èx dipendente del ministero della cultura al tempo di Saddam – tutto sommato ci sono state solo tre autobombe, direi che non è una giornata peggiore di ieri”. A Falluja, roccaforte della militanza sunnita la gente è scesa in piazza mettendo a ferro e fuoco il tribunale della cittadina di Qarma e assaltando edifici pubblici. Lo stesso è accaduto a Tikrit, la città natale di Saddam, nonostante sia stato imposto il coprifuoco per quattro giorni. Manifestazioni violente e scontri tra uomini armati e soldati iracheni e americani ci sono stati anche a Ramadi, sempre nella stessa zona, e anche a Mossul e Bayji. “Forse la festa del Sacrificio ha impedito all’insorgenza di rispondere più duramente, forse non ha neanche importanza rispondere subito, in ogni caso siamo carne da macello”, dice Sami Abbas. Per i musulmani quello di ieri era il giorno del Sacrificio. Una delle feste più importanti del calendario islamico, quella del perdono, quella in cui Dio chiedeva ad Abramo di mettere alla prova la propria fede sacrificando il figlio, all’ultimo momento Dio l’avrebbe fermato. “Per molti musulmani l’esecuzione di Saddam sarà ricordata come il sacrificio di un uomo sull’altare degli americani e soprattutto degli sciiti, che anche se nel loro paese rappresentano la maggioranza nel resto del mondo islamico non sono che una minoranza”, dice Fatima. “Bush, Blair e Bin Laden saranno contenti, potranno dormire sogni più tranquilli, ma un giorno si renderanno conto che Saddam sapeva governare l’Iraq. Guardate ora come siamo messi. Non abbiamo elettricità, non abbiamo gas, non abbiamo benzina. I nostri figli non possono andare a scuola e gli adulti non hanno lavoro. Questi sciiti sanno governare meglio di Saddam, non mi sembra proprio”, dice Salman Abdul Hameed, che ai tempi di Saddam, lavorava per il muqabarat, i servizi segreti. Quando il regime cadde, decise di starsene a casa e tenere un profilo basso anche se lavorava in un ufficio dell’amministrazione. “Con Saddam eravamo riusciti a tenere a bada gli iraniani – dice Hameed – e ora grazie agli americani, ora siamo diventati parte dell’impero persiano. Per questo paese non c’è più speranza. Ma verrà il giorno in cui il governo pagherà per questo ultimo omicidio”.

Giornalista di guerra e scrittrice

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