BAGHDAD – Noor arriva e la prima cosa che fa entrando in albergo è strapparsi di dosso l’abbaya nera che la copre dalla testa ai piedi. Per strada non è nessuno, esattamente come gli estremisti islamici vogliono, ma sotto il velo nero che la imprigiona emerge una bella ragazza di 28 anni. Jeans maglietta a collo alto attillata e un sorriso vivace che non passa inosservato agli uomini iracheni che senza niente da fare affollano la hall. Le consegno i pacchetti che mi aveva chiesto di portarle dall’Italia, cosmetici, bagno schiuma, cose da donne e lei salta di gioia. “Non che qui in Iraq queste cose non si trovano, ma non posso uscire senza mio fratello o mio padre, e non è divertente andare a fare spese con loro che mi controllano”, dice Noor. I suoi non la seguono per cattiveria, ma per proteggerla, è già stata minacciata diverse volte perché guidava da sola e da quando una sua amica è stata uccisa, suo padre non la lascia sola un momento. “Papà è fuori che mi aspetta, non ho voluto che venisse perché volevo che questo momento fosse tutto mio, non capita più tanto spesso”. Quando ho conosciuto Noor passeggiava con il suo fidanzato mano nella mano sul fiume Tigri, erano trascorsi pochi mesi dalla guerra, e ancora si pensava che le cose sarebbero migliorate. Ma non è accaduto, la situazione in Iraq è velocemente deteriorata e per le donne è sempre stato un passo più vicino all’inferno. “Odio tutto questo, odio questo velo, odio il non poter essere padrona della mia vita, odio tutto quello che ci sta succedendo. Ma soprattutto odio sentirmi impotente, ho sempre pensato che avrei potuto fare qualsiasi cosa nella vita invece sono intrappolata in paese che sta diventando l’Afghanistan dei Talebani”. Su una cosa sono d’accordo estremisti sciiti e sunniti che le donne non devono lavorare ma badare alla casa e fare figli. “Ogni tanto vengono distribuiti volantini che dicono cosa non possiamo fare: uscire di casa dopo mezzogiorno, girare da sole, guidare, parlare con gli uomini, lavorare, non possiamo neanche più andare a comprare cd musicali, ti rendi conto?”. Non so se mi rendo conto del tutto, so solo che ogni volta che torno a Baghdad il mio velo si fa sempre più stretto e la mia abbaya più coprente, so solo che lo sguardo degli uomini nel giro degli anni è cambiato e che mi sento in trappola. Non solo perché sono straniera, ma perché sono donna e qui ora, come in Afghanistan, in Iran e ancora di più in Pakistan, i loro occhi ti trasformano in un oggetto. Ma l’Iraq non è stato sempre così. Samia Gaylani è una signora di 60 anni discendente da una nobile famiglia irachena: “Le donne irachene erano le più libere del Medio Oriente, studiavamo, lavoravamo, non solo ci divertivamo, ma durante la guerra Iran Iraq con i nostri uomini al fronte, noi abbiamo mandato avanti il paese”. Tra le mani ha un album di foto in bianco e nero: Samia ad un pic nic con le amiche, Samia all’università, Samia che guida, i vestiti corti degli anni ’70 e le pettinature cotonate che andavano di moda in tutto il mondo. “Non ho mai messo il velo e non comincerò ora, piuttosto non esco più di casa”, dice Samia che abita da sola nella sua villetta protetta da alcune guardie di sicurezza. “Ho deciso di assumerle perché una mia amica ingegnere che aveva deciso di continuare a lavorare è stata uccisa sulla porta di casa. Siamo tornate nel Medio Evo”. E la legge irachena non è di nessun aiuto. Dopo l’arrivo degli americani, è stato cancellato il Codice Civile iracheno che era stato in vigore per 45 anni e che garantiva tutte le libertà di cui le donne erano abituate. “La nuova Costituzione non protegge, né garantisce i diritti base delle donne – spiega Yanar Mohammed, un’avvocatessa irachena che ha smesso di esercitare perché minacciata di morte – non credo che questa Costituzione sia nell’interesse degli iracheni, ma è un tributo alle varie fazioni. Una mia amica giudice si è ritirata perché il sistema corrente non consente ai giudici donna di lavorare. Certo ci sono alcune donne al parlamento, ma la domanda è: hanno potere hanno? No, servono solo per far vedere che le donne ci sono e invece non è vero. Sotto la minaccia di essere uccise o violentate dipendiamo dagli uomini in tutto e per tutto, ma ogni mese ci sono almeno quattromila vedove in più, che ne sarà di loro? Continuano a nascere centri antiviolenza di donne che scappano di casa perché picchiate dai mariti, o per sfuggire agli omicidi d’onore. Duemila ragazze sono sparite negli ultimi due anni e si parla di traffico sessuale nei paesi del Golfo. Ci stanno cancellando e non è solo colpa delle bombe, ma si accorge di noi”.  Noor lancia uno sguardo verso l’entrata, suo padre le fa cenno di andare, sta facendo buio e le strade diventano ancora più pericolose. “Devo andare, mi dispiace tanto. Torna presto”, mi dice avvolgendosi nella sua abbaya e senza essere ancora uscita, nascosta nella sua prigione, Noor era già scomparsa.

Giornalista di guerra e scrittrice

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