BAGHDAD – La hall dell’albergo è affollata di gente seduta e in piedi davanti al televisore. Le loro facce si tirano per la tensione e si distendono a seconda dell’azione. Qualcuno stringe i pugni, qualcun altro si tiene la fronte tra le mani. I respiri mancano o diventano più veloci seguendo il ritmo della palla. L’Iraq si è fermato per assistere alle semifinali della partita di calcio della squadra nazionale contro la Corea, disputata a Doha durante i Giochi Asiatici. Per novanta minuti Baghdad ha messo da parte la violenza, le devastanti autobombe di ieri mattina e gli unici rapimenti sono stati quelli degli sguardi incollati al televisore. Il silenzio è sceso sulla capitale, le macchine sono scomparse, il sottofondo delle frequenti raffiche di mitra è cessato.  La squadra nazionale dell’Iraq ha fatto un gran regalo, un goal che li ha portati in finale e che ha fatto spuntare sorrisi che non si vedono spesso sui volti dei ragazzi cresciuti troppo in fretta all’ombra della paura e dalle bombe. Al ventiquattresimo minuto Samer Mujbel ha segnato. “Goal”, si è sentito echeggiare in tutta la capitale. Mujbel ha corso per il campo e si è diretto raggiante verso una telecamera mostrando lo stemma della bandiera dell’Iraq cucito sul pezzo e tutti dall’altra parte del televisore a migliaia di chilometri di distanza hanno annuito dandosi pacche sulle spalle. E per un momento gli iracheni si sono sentiti fieri di quello che sono. E’ raro vedere gli iracheni uniti, seduti nelle case e nei caffè. E anche se da una parte c’erano i sunniti e dall’altra sciiti, hanno tutti gioito per lo stesso motivo. “Voi avete Totti ma anche noi ce la caviamo, non sappiamo solo ucciderci l’un l’altro”, dice sorridendo Said, il cameriere con cui combatto ogni mattina a colazione per avere un po’ di latte tiepido.  La loro allegria è contagiosa. Non ci saranno altri goal durante la partita ma la tensione resta alta fino alla fine e poi la gioia esplode e la città impazzisce. Chiunque ha un’arma spara per festeggiare e qui tutti possiedono almeno una pistola. Sembra la fine del mondo, invece è l’unico modo che hanno per dire che sono felici. La squadra nazionale di calcio irachena non arrivava in finale dal 1982, quando ancora il figlio di Saddam responsabile della Nazionale aveva l’abitudine di torturare gli atleti se non vincevano.  Non è stato facile per i calciatori arrivare a Doha, e il problema non è solo la mancanza di attrezzature moderne, ma i rapimenti e i gli omicidi commessi dagli estremisti religiosi che ritengono il calcio una disciplina diabolica. Ma nonostante il rischio, il pericolo anche solo di arrivare allo stadio per allenarsi, ce l’hanno fatta.  Una squadra composta da sunniti, sciiti e curdi, ha vinto giocando insieme. “Non è magnifico? Abbiamo vinto”, dice Mohammad che ha solo 20 anni e non sta nella pelle. Il giocatore che ha fatto il goal è un sunnita. “Io sono sciita ma non me ne importa niente”, dice Muhammad e tutti sembrano d’accordo. Ma è presto per farsi prendere dall’entusiasmo e pensare che una partita possa cancellare l’orrore che li circonda, gli spari anche se festosi, non smettono di ricordare che l’Iraq è ancora e sempre in guerra. “Questa è una grande vittoria per il ferito Iraq”, ha detto il commentatore sportivo alla fine della partita. Tra due giorni ci sarà la finale con il Qatar e un’altra tregua di 90 minuti.

Ps. La partita con il Qatar si è tenuta ieri, l’Iraq ha perso.                         

Giornalista di guerra e scrittrice

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