BAGHDAD – Nazar Mousa si sfrega la mano destra con forza, quasi volesse cancellare le profonde cicatrici che scompaiono sotto il lembo della giacca ignifuga che tiene slacciata davanti al pezzo. E’ il momento di una piccola pausa e i vigili del fuoco del distretto di Karrada lo trascorrono nel garage fumando sigarette, chiamando a casa le famiglie per dire che va tutto bene e sorseggiando tè bollente distribuito da un ragazzino con un enorme vassoio di metallo. “E’ successo quest’estate – ci racconta mostrando la mano, Nazar, un pompiere di 32 anni con dei folti baffi e i capelli radi – eravamo corsi sul luogo di un attentato e appena siamo scesi dai mezzi per soccorrere i feriti e spegnere le fiamme, è scoppiata una seconda autobomba e io sono stato investito da un calore fortissimo”. Nazar si trovò ustioni sulla schiena, sulla mano destra e una ferita alla fronte causata da un pezzo della macchina che lo aveva colpito. E’ guarito ed è tornato subito al lavoro. “Mia moglie mi ha pregato di non farlo. Mi ha detto ci cercarmi qualcosa d’altro da fare. Ma credo che il mio lavoro sia importante. Ci sono centinaia di chiamate al giorno, ci sono attentati, autobombe, incendi, mine, incidenti, senza contare i normali problemi di una città di con sei milioni di abitanti. E’ un lavoro pesante e pericoloso, ma io lo amo. E’ una cosa che non si può spiegare a chi non lo fa. E poi mi permette di portare uno stipendio a casa”. Nazar guadagna 250 euro al mese per sfidare la morte ogni giorno a Baghdad. “I terroristi cercano di fare più vittime possibile, quindi detonano un’autobomba e quando la gente si raduna per aiutare i feriti, noi compresi, ne fanno scoppiare un’altra. Così diventa sempre più difficile soccorrere la gente, perché non sei mai rilassato”. A Baghdad ci sono tremila e cinquecento pompieri, 30 dei quali, secondo il ministero degli Interni sono morti dall’inizio dell’anno e 90 sono hanno subito ferite gravi. Alcuni sono stati rapiti dalle milizie o da organizzazioni criminali, mentre molti si sono trovati in mezzo a scontri fuoco tra i militanti, gli americani e le forze di sicurezza irachena. “La gente ancora conta sul nostro lavoro, si fida di noi, perché sanno che a noi non importa se i feriti sono sunniti o sciiti. Se non spegniamo noi un incendio, chi può farlo? –  dice inserendosi nella conversazione Mahdi Muhsin, 31 anni, è un vigile del fuoco da quando aveva 16 anni – non so fare niente altro e devo mantenere una moglie e tre figlie. E poi amo sentirmi utile. Non so cosa stia succedendo, questa città è impazzita, gli iracheni non sono persone cattive e non avrei mai immaginato di dover assistere a quotidiane carneficine”. Non è facile per loro tornare a casa alla fine dei turni a volte lunghissimi e dimenticare anche solo per un momento tutto quello che hanno negli occhi: il sangue, le urla, la violenza, i bambini e le donne fatte a pezzi, magari mentre facevano la spesa. A Karrada in pieno centro, in quello che una volta era la zona commerciale, ma ora è solo una serie di strade piene di negozi dove non entra mai nessuno, la stazione dei vigili del fuoco è circondata di sacchetti di sabbia e muretti di protezione. “Neanche noi siamo immuni dagli attacchi, le milizie controllano le strade e noi dobbiamo stare attenti”, spiega il colonnello Laith al Sabbah, il responsabile di venti stazioni. Sono state distribuite pistole ai vigili del fuoco e ognuno fa controlla che il proprio compagno non venga rapito. Uno dei maggiori problemi prima di entrare in azione dopo una chiamata, è secondo il colonnello capire se chi chiama è attendibile. “Molti miliziani indossano divise della polizia, e spesso non siamo sicuri se chi ci viene incontro vuole aiutarci o ucciderci”. Lo scorso settembre, uomini in uniforme, hanno rapito e ucciso tre pompieri della stazione di Al Shaab e il sei novembre scorso, un gruppo di militanti hanno preso otto vigili del fuoco da un’altra stazione durante un coprifuoco diurno. D’allora, tre di loro sono stati trovati morti, gli altri cinque risultano ancora scomparsi. Anche senza immediati problemi di sicurezza, resta sempre difficile raggiungere la zona di un’esplosione. Mahdi guida uno dei mezzi e dice che normalmente ci si mette almeno 20 minuti per raggiungere un qualsiasi posto a causa del traffico congestionato di Baghdad, o dei cordoni di sicurezza o delle stadie chiuse. Al confronto, la risposta media ad una chiamata in un paese occidentale è di 8 minuti. “A volte non riusciamo neanche ad arrivare a destinazione perché i militari non ci lasciano passare”, spiega Mahdi scuotendo la testa. Mi chiedo se sanno in questo paese brutale e violento di essere degli eroi. “No, non siamo degli eroi – dice Nazar con un sorriso lusingato – ci pagano per questo e poi qualcuno lo deve fare”.

Giornalista di guerra e scrittrice

3 Comment on “VIGILI DEL FUOCO A BAGHDAD

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