IL MESSAGGERO

Hasan al Sunaid è un parlamentare membro dell’Alleanza Unita irachena, la formazione sciita di maggioranza al parlamento. Al Sunaid è anche uno dei più stretti collaboratori del primo ministro Nouri al Maliki. Il rapporto Baker potrebbe segnare la nuova politica americana, quali potrebbero essere le conseguenze per l’Iraq?

Quello che vorrei fosse chiaro è che il rapporto non rappresenta la soluzione del problema iracheno, ma di quello americano in Iraq. Non mi sembra che ci sia niente di veramente nuovo o di particolarmente illuminante per quanto riguarda noi. Ormai hanno fretta di andarsene, ma in questo momento non è possibile, la minaccia di Al Qaeda e l’influenza dei paesi arabi che appoggiano un ritorno al potere dei baathisti per noi è molto pericoloso. Ci auguriamo tutti che al più presto i militari iracheni assumano la responsabilità della sicurezza anche in zone più calde e speriamo che questo avvenga entro la fine del 2008.

 Sempre secondo il rapporto, l’America dovrebbe lanciare immediatamente una nuova offensiva diplomatica per costruire un consenso internazionale per la stabilità in Iraq e nella regione.

Nelle ultime settimane abbiamo ripreso i contatti diplomatici con la Siria. L’Iraq non ha bisogno di nemici in questo momento. Ma non basta sedersi intorno ad un tavolo per risolvere i problemi e cancellare gli interessi che altri paesi hanno nei nostri confronti. Qualcuno deve fare forti pressioni su Siria e Arabia Saudita. Siamo favorevoli ad una conferenza regionale, che includa i nostri vicini, non a quella internazionale, siamo uno Stato sovrano e non ci servono altre interferenze.

Riuscirete a smantellare le milizie e a contenere le violenze?

Il premier al Maliki da mesi ci sta lavorando. Bisogna trovare il mondo per assorbire queste persone nel nostro esercito e nella nostra polizia, ma il rapporto Baker dice ancora una volta cosa fare, ma non come. A questo ci dobbiamo pensare noi, ma ci vuole tempo.

 

La STAMPA

Saleem Abdullah, 35 anni, avvocato è anche un parlamentare di spicco del Fronte dell’Accordo Iracheno, il blocco che unisce i tre principali partiti sunniti che alle ultime elezioni hanno ottenuto 44 seggi in parlamento, diventando la terza alleanza dopo quella sciita e curda.

Quali potrebbero essere le conseguenze per l’Iraq dopo il rapporto Baker?

“Il documento Baker non ci dice niente di nuovo, sono raccomandazioni che riguardano gli americani. Mi auguro sia una presa di coscienza dell’amministrazione americana. Non ci aspettavamo delle soluzioni, ad ogni modo molte cose sono assolutamente condivisibili, come la necessità di un più profondo addestramento dei soldati iracheni. In Iraq non è in corso una vera guerra civile. La gente non ha preso le armi per combattere contro il proprio governo. La situazione è molto più complicata, nel nostro paese in questo momento c’è uno scontro tra il vecchio regime rappresentato dagli ex baathisti che cercano di riavvicinarsi a quel potere che hanno avuto per decenni e le milizie sciite che lottano per spingere la comunità sunnita fuori da Baghdad e da tutte le zone miste. E la gente che vive in questo campo di battaglia, ne paga le conseguenze. Non vogliamo che gli americani restino, ma non vogliamo che se ne vadano prima che ci sia un esercito e una polizia in grado di garantire sicurezza”.

Il rapporto dice di smantellare le milizie

Fino a che non sarà illegale per un partito possedere un’ala armata non vedo come gli sciiti possano rinunciare al loro esercito personale. E senza un esercito forte e indipendente, non vedo chi possa disarmarli. In questo momento la polizia è in mano alle milizie sciite, il ministero degli Interni, della Salute, dell’Agricoltura sono equamente divisi tra l’esercito del Mahdi e quello del Badr, entrambi agli ordini di politici sciiti”.

Sempre secondo il rapporto, l’America dovrebbe lanciare immediatamente una nuova offensiva diplomatica per costruire un consenso internazionale per la stabilità in Iraq e nella regione.

Da noi le porte sono fin troppo aperte. Siamo pronti a sederci al tavolo con chiunque ci aiuti a fermare la carneficina che si sta compiendo nelle strade delle città irachene. I paesi arabi devono collaborare con noi e l’Iran deve fare un passo in dietro e far rientrare gli artigli. Non c’è molto da discutere, ci sono solo delle cose da fare. Servono delle regole precise che riguardano l’interesse nazionale dell’Iraq e che devono osservate e rispettate in Iraq. Nel rapporto manca  un riferimento alla necessità di serie riforme, e non è neanche chiaro quali saranno i limiti dell’interferenza stessa degli Stati Uniti. La mancanza di chiarezza, per noi non può che significare, che in realtà, non siamo in vista di una nuova strategia dell’amministrazione americana in Iraq. Nel rapporto si parla di raggiungere pace e stabilità in Iraq, spero che questo documento non sia solo un salvavita americano per uscire al più presto dal pantano iracheno.

 

Giornalista di guerra e scrittrice

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