beh, credo di essere l’unica che a Baghdad si riesce a prendere l’influenza. Per fortuna, tosse a parte, mi sta già passando, ma questo mi costringerà a stare chiusa in albergo per qualche giorno!!!! Ci sono talmente tante storie da raccontare. Chiunque incontri, ha qualcosa di terribile da confessarti, nessuno è rimasto immune alla violenza e credo che gli iracheni siano alla resa dei conti, non ce la fanno proprio più, sono un popolo esausto, sballottato tra le scelte politiche sbagliate e la furia delle milizie.

 

 

LA STAMPA

 

BAGHDAD – Sull’entrata in fondo ad un corridoio buio domina una scritta stampata su un pannello arrugginito: “Società irachena di filatelica e numismatica. Fondata nel 1951”, si legge in arabo e in inglese. Al di là della porta si affaccia un uomo di mezz’età, con circospezione osserva ogni angolo del pianerottolo e poi spalanca la porta, il suo viso si allarga in un sorriso. “Scusate la prudenza, ma questa è Baghdad, non si è mai troppo prudenti, ahlan wa salan, benvenuti”. I filatelici di Baghdad si incontrano ogni sabato. Sono rimasti l’unico gruppo di collezionisti della capitale. Le loro mogli li definiscono testardi, e loro un po’ ne sono fieri perché non hanno mai smesso di ritrovarsi durante la guerra, durante la caduta di Saddam e anche ora, che sfidare il quartiere per raggiungere la casa che hanno affittato, significa rischiare di essere rapiti ad un falso posto di blocco o saltare su una mina o su un’autobomba, hanno deciso di continuare. Nella sala arredata con qualche vecchio divano e diverse sedie di fortuna, c’è una decina di uomini che si salutano, si abbracciano, ma molto spesso negli ultimi tempi si scambiano condoglianze. Ognuno di loro ha sotto braccio una cartellina con il proprio tesoro, i francobolli. Da una finestra con i vetri anneriti dallo smog si vede una trafficata piazza Midan, non lontano da quello che una volta era il Teatro dell’Opera, vicino al ministero della Difesa, in pieno centro. Ogni sabato nell’appartamento sopra ad un negozio di telefonini c’è un’asta e i collezionisti aspettano tutta la settimana per questo momento, per rinchiudersi in un piccolo soggiorno lasciando fuori per un paio d’ore la violenza e la paura, dedicandosi a quello che è nato come un passatempo, ma oggi più che mai, è diventata una delle passioni cha da senso alla loro vita. Tra loro essere sunniti, sciiti o cristiani non conta e non vogliono neanche parlarne. “Siamo stati costretti a cambiare ufficio già due volte quest’anno, dobbiamo spostarci spesso per non dare troppo nell’occhio, non che qui ci sia qualcosa di prezioso, ma al punto in cui è arrivato l’Iraq, qualsiasi cosa fuori dall’ordinario è haram (proibito) per i militanti – ci racconta Salam Sabeeh, un ragazzo calvo di 29 anni, ex ragioniere oggi disoccupato – una eravamo parecchi adesso siamo rimasti una trentina soci, la maggior parte ha lasciato la città e si è rifugiata all’estero. Noi invece siamo rimasti, qualcuno perché non ha i soldi per andarsene, la maggior parte è troppo in là con gli anni anche solo immaginare di poter ricominciare da un’altra parte”. Gli irriducibili del francobollo si sono portati il tè e il caffè da casa e, una volta messi comodi, cominciano a concentrarsi sui nuovi pezzi che qualcuno è riuscito ad ottenere da un viaggio in Siria. “Non porto mai tutti i miei francobolli a queste aste, così se vengo rapinato non li perdo tutti”, dice Salem. “La mia paura più grande sono le autobombe, però non riesco a smettere di venire ogni sabato, ne ho bisogno”. A casa ha lasciato la moglie e i suoi due bambini, uno di tre anni e uno più grande di sei che ha deciso di non mandare più a scuola fino a quando la situazione non sarà più sicura. “Avevo nove anni quando mio zio mi regalò il mio primo album di francobolli. D’allora appena ho un po’ di soldi li spendo per comprare altri francobolli nuovi o usati. Può sembrare una perdita di tempo. Ma è proprio il contrario, per me e per tutte le persone che sono qui, è come guadagnare un po’ di tempo per noi, lo strappiamo ad una realtà dalla quale non possiamo scappare”. Nelle sue mani spunta un album di pelle con dei francobolli stampati alla fine degli anni ottanta per commemorare la morte del generale Adnan Khairalla, cognato di Saddam Hussein e amico di infanzia che morì in un incidente di elicottero. Molti iracheni credono che Saddam lo abbia fatto uccidere invidioso della sua crescente popolarità. “Guarda come sono belli, li ho pagati solo 600 fil”, afferma Salem. Mille fil corrispondono a un dinaro iracheno. Ne servono 1500 per fare un dollaro. Sui tavolini davanti ai divanetti grigio azzurri, ci sono francobolli più vecchi e preziosi che ricordano l’incoronazione nel 1953 di re Faisal II, l’ultimo re iracheno appoggiato dagli inglesi e ucciso nel 1958 durante un colpo di stato di ufficiali dell’esercito. Ma i francobolli che vanno di più, i “best seller” della filatelica sono quelli che riguardano l’ex rais e sono anche quelli più richiesti dai collezionisti internazionali. L’ultimo francobollo stampato prima della caduta del regime risale al 5 febbraio 2003, un’immagine della Saddam University. Del lavoro di produzione non resta che il francobollo perché lo stampo e il disegno sono andati distrutti durante i saccheggi subito dopo l’invasione americana, d’allora ne sono stati rilasciati solo due nuovi, uno sempre nel 2003 e un altro nel 2006 per celebrare il Nurouz, il primo giorno di primavera. “I francobolli ci raccontano delle storie, ci ricordano che esistono periodi tranquilli, ci tengono impegnati”, interviene Mohammad Taha, un ingegnere baffuto a cui hanno rapito il fratello diversi mesi fa. Ha pagato il riscatto, ma lo hanno ucciso lo stesso. “I francobolli ci permettono di restare in contatto, di impegnarci in qualcosa, di avere uno scopo – spiega il signor Taha mentre sventola in aria due raccoglitori. Lui è il battitore d’asta. Sul braccio sollevato spunta un tatuaggio, si è fatto imprimere il nome per essere identificato qualora venisse ucciso. “Signori, abbiamo qui ottantasette francobolli. Qualcuno è interessato?”, domanda appoggiandoli su un vassoio in modo che i compratori possano osservarli da vicino. All’improvviso tre esplosioni, non troppo lontane, lo sguardo dei collezionisti, per un attimo, si spegne. “Sono tre autobombe – dice Taha, mentre gli altri annuiscono – forza non abbiamo molto tempo, la nostra asta parte da 3000 dinari”. Sapranno solo più tardi che in quelle autobombe sono morte 50 persone. “3500”, esclama un signore sui cinquant’anni. “4000”, dice un altro. Alla fine saranno venduti per 7,500 dinari, quasi cinque dollari. “Venduto”, dice Taha prendendo in mano il lotto successivo: sei francobolli di Saddam Hussein. La voce di Taha si fa più acuta, cerca di spegnere il suono delle autoambulanze e degli elicotteri americani che si avvicinano per ricordare a tutti che il tempo della loro fuga settimanale dalla realtà è quasi scaduto.

 

Giornalista di guerra e scrittrice

4 Comment on “UN FRANCOBOLLO PER DIMENTICARE

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