Un’altra giornata è andata. Il tempo vola, scandito dalle autobombe, dai colpi di mortaio, dalla conta dei morti. La gente è terrorizzata, mentre le milizie infestano la città. In qualche modo e in forma molto più grande mi ricorda Haiti durante il colpo di stato. L’albergo dove sto non è male, anche se il mangiare fa un po’ schifo. uffi, uffi. beh, vado a nanna mentre da qualche parte infuria la battaglia, ma è lontano e appena si sente il fragore dei colpi.
buonanotte
Barbara
 
 

ECO

BAGHDAD – Abd al Sattar Obeid stringendomi la mano promette che non piangerà. Ma sta mentendo perché lacrime incontrollabili gli scorrono lungo il viso solcato da profonde rughe. Si guarda intorno per cercare un posto dove sedersi nel cortile del mio albergo, per motivi di sicurezza lui non può entrare e io non posso uscire. Ma il vecchio Obeid non farebbe male ad una mosca, ha quell’espressione dolce e addolorata di chi ha perso la strada e non sa più come ritrovarla. Sattar ha perso molto di più e nella mia mano che invece di stringerla quasi si aggrappa, sento tutta la sua pena. I suoi figli sono stati uccisi. “Sono solo. Non ho più figli”. Obeidi ha 54 anni, ma ne dimostra molti di più. Suo figlio Ali di 28 anni e Taer di 27 sono stati uccisi domenica scorsa durante una cerimonia di commemorazione funebre per il loro fratello più giovane, Muhammad che era stato ucciso un mese prima insieme a due cugini. “Ho perso un figlio e mi sono sentito il cuore strappato, poi ho perso gli altri due e non riesco a capire come io riesca ancora a respirare”. Ali, Taer, Muhammad, fanno parte delle statiche della scorsa settimana, fanno parte dei morti del mese scorso, per tutti sono solo un numero fino a quando non vengono pronunciati i loro nomi e raccontate le loro storie.  “E’ successo tutto all’improvviso, eravamo tante persone, pregavamo per mio figlio, per mio fratello e per i suoi due figli deceduti insieme per un’autobomba. Durante il rito sono arrivati una ventina di  uomini armati, non si sono curati neanche di nascondere le loro facce, avevano pistole e kalashnikov. Li ho supplicati. Li ho pregati di non uccidere nessuno, che non avevamo fatto niente per meritarci questo. Ma nessuno mi ascoltava, correvo dall’uno all’altro ma nessuno mi vedeva. Hanno puntato i miei due figli, hanno sparato e sono corsi via”. Lo sguardo di Obeid è perso nel vuoto,  all’improvviso si riprende e continua a raccontare come se rivivesse la scena: “I parenti e gli amici sono tutti scappati e io sono rimasto solo accanto ai corpi dei miei figli. Ho chiamato la polizia per chiedere aiuto ma non è venuta. Non è venuto nessuno e io sono rimasto tutta la notte accanto ai loro corpi. Ho visto sorgere il sole accanto ai miei bambini morti. Ho accarezzato le loro teste e  ho tenuto la mano sulle loro ferite fino a quando non hanno smesso di sanguinare. Era così buio e avevo paura che sentissero freddo anche se sapevo che erano morti. Ma non è una cosa che si capisce subito, insomma come può un padre accettare che tutti i suoi figli siano morti? Non è naturale”. Molte cose che da altre parti sarebbero innaturali a Baghdad sono diventate normali, ma questo non significa che la gente si abitui alla morte, o al dolore, e anche se per il resto del mondo, Taer, Muhammad e Ali sono solo numeri, tre iracheni morti tra tanti, per il loro papà erano tutto il suo tesoro. “Sarei dovuto morire prima io. Non mi sono mai sentito così solo”. Obeid si nasconde il viso tra le mani e scoppia in singhiozzi, “vi giuro che non so perché siamo stati attaccati, ve lo giuro”. Obeid è un pensionato che abita nel violento quartiere di Dora. Ma prima di tutto è un sunnita e per morire può essere un motivo sufficiente in una Baghdad che affonda nella guerra civile e in quella che ogni giorno di più sembra trasformarsi in pulizia etnica. “Non posso più tornare a casa, nel nostro quartiere tutti sunniti sono stati costretti ad andarsene, le milizie sciite ci ricattano, ci chiedono soldi o di andare via. Ho perso i miei figli, e i loro figli hanno perso i padri. Ali aveva cinque bambini, Taer  aveva due figlie e Muhammad aveva tre maschi e due femmine. Come posso spiegare a quei bambini perché i loro papà sono morti, ma soprattutto, devo provvedere alla loro sopravvivenza e non so come”, mentre parla in lontananza echeggiano esplosioni e raffiche di mitra, Obeid sobbalza ogni volta e scuote la testa. “Sono solo”, continua a ripetere. Ma il suo dolore è ben lontano dall’essere l’unico. Ogni giorno a Baghdad ci sono decine di morti, decine di padri e madri, mogli, mariti e figli a cui si spezza il cuore. Come Obeid si sentiranno perduti, avvicinati da una sorte comune, ma separati da un dolore che non si può dividere.

Giornalista di guerra e scrittrice

One Comment on “SENZA FIGLI

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: