ECO

di Barbara Schiavulli

 

Della macchina decorata con garofani bianchi e rossi  e nastri colorati, che attraversava piazza al Shahidein per dirigersi al pranzo di nozze, non è rimasta che una carcassa di metallo bruciata e ancora fumante. Degli sposi, due delle 160 vittime del massacro di ieri a Sadr City, non è rimasta traccia. In strada, di quello che successo ieri a Baghdad, non restano che crateri ed enormi pozze di sangue che qualcuno si ostinerà a spazzare per ore con scope di saggina. Nel giro  di qualche colpo di scopa, i mercati colpiti da una serie di autobombe e raffiche di colpi di mortaio ritorneranno quelli di prima, carichi di merce, di gente che compra e di venditori che sbraitano. Ma nessuno riuscirà a dimenticare l’ultima strage. Mezzora in cui l’inferno è salito fino a Sadr City, e ha fatto tuonare la capitale. Alle tre del pomeriggio, quando il sole era ancora tiepido, la prima esplosione, e poi una seconda, ancora e ancora e un’altra ancora. Chi ha fatto in tempo ha cercato rifugio, negli androni dei palazzi, sotto i banchi del mercato, ha incassato la testa tra le braccia e ha aspettato che la terra smettesse di tremare prima di riaprire gli occhi già colmi di lacrime. Tutto intorno a loro era cambiato. Alcuni corpi erano irriconoscibili, altri ancora bruciavano, poi le urla, i pianti, le sirene delle autoambulanze e i passanti, improvvisati soccorritori, sono stati costretti a raccogliere i corpi dilaniati per portarli negli ospedali ogni giorno sempre affollati di vittime.  Hanno usato le cariole, delle tavole, qualunque cosa per intervenire prima sui feriti. Più di 250 feriti e 160 morti. Tre piazze devastate. Sadr City, è il quartiere più povero di Baghdad, dove la disoccupazione dilaga, le case sono diroccate, le fogne scorrono con i loro liquami a cielo aperto. Ci vivono 2 milioni di persone e sono tutte arrabbiate e disperate. Una città quartiere degradata, roccaforte degli sciiti, della criminalità e della guerriglia sunnita che fa a capo almeno in apparenza a Moqtada al Sadr, il leader radicale ribelle. Il centro di Sadr City è un mercato: un bazar che dalle vie principali si ramifica in mille strade, vicoli e cortili. Si compra di tutto, dalla droga, passaporti falsi ai medicinali, ai diplomi di laurea. Dai kalashnikov alle magliette di al Sadr. E’ questo uno dei posti in cui i sunniti si vendicano, perché anche se nessuno ha voglia di chiamare le cose con il nome giusto, in Iraq è in corso una devastante guerra civile. Sunniti contro Sciiti e sciiti contro sunniti. Tutti sapevano, che quello che è accaduto ieri, stava per succedere, non immaginavano di tali proporzioni, ma un attentato era atteso, dopo il sequestro di decine di sunniti prelevati da un edificio del ministero dell’Istruzione la scorsa settimana, di cui ancora un’ottantina di persone sarebbero nelle mani dei rapitori. La carneficina degli sciiti non fermerà la sete di sangue, in Iraq non ci sono mai abbastanza morti, da costringere a dire che sono troppi. Il ministro degli Interni subito dopo gli attentati, ha cercato di rimandare la vendetta contro i sunniti, imponendo il coprifuoco a tempo indeterminato. Ma è solo una misura di tamponamento che forse farà guadagnare qualche giorno, ma non di più. Per le milizie del Mahdi, l’esercito di Al Sadr, al suo interno diviso e corroso da faide insanabili, è una dichiarazione di guerra. Sono scesi per le strade, pattugliano il quartiere e tengono consigli di guerra. Mentre il premier al Maliki, spinto dagli Stati Uniti a sbarazzarsi delle milizie, annaspa, ben sapendo che le ali armate sciite accusate di torture e rapimenti contro i sunniti, appartengono proprio a quei partiti che lo sostengono. “State calmi”, ha detto il premier apparendo in televisione, ma per Baghdad sono solo parole vuote.

Giornalista di guerra e scrittrice

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