L’Iraq è all’altro capo del telefono. Gli squilli sono chiari e nitidi. Shermeen risponde subito. Shermeen è la mia traduttrice e non solo: è la donna che accompagna i miei viaggi iracheni, è la mia voce e il mio udito, ma è anche la mia guardia del corpo e nel modo più sicuro possibile, trattandomi come se io fossi una delle sue figlie. Appena capisce chi sono, si commuove. “Barbara sono così felice di sentirti”.  Lo sono tutti in casa, a Baghdad in un quartiere sciita spesso preso di mira dai colpi di mortaio dei militanti sunniti. Percepisco i gridolini festosi delle ragazze non lontano. Amina la figlia più grande s’inserisce nella conversazione e, in meno di un minuto, scansa la madre. “La tua chiamata è la cosa migliore di oggi, e anche di ieri”, dice mentre immagino il suo sorriso adolescente. Amina ha 19 anni ed è una studentessa universitaria della facoltà di Medicina. Le chiedo come sta e come va la scuola. Ieri è stato assaltato un edificio del ministero dell’Istruzione, ma quella è solo una delle notizie sconvolgenti che riguardano la scuola irachena: quasi 200 professori uccisi, centinaia fuggiti, studenti divisi tra sciiti e sunniti, ragazze molestate. “E’ ogni giorno più difficile. Sono andata anche oggi. Continuo andare ogni giorno, ho bisogno di studiare, non posso perdere le lezioni abbiamo frequenza obbligatoria, anche se a volte i professori neanche riescono a venire”. Amina ogni giorno si fa accompagnare alla facoltà. Non prende più autobus o taxi, suo padre la carica in macchina, le dice di stringersi in testa quel velo che nessuno fino ad ora l’aveva mai abituata a portare e poi si immerge nel traffico quotidiano. “Ho davvero molta paura. A volte tengo gli occhi chiusi per tutto il percorso. Ho paura quando vedo una macchina che si avvicina, quando vedo un posto di blocco che penso potrebbe essere falso. Quando vedo un mezzo americano che potrebbero attaccare o quando vedo qualcuno con le armi. Non ne posso più di tutte queste armi. Non ne posso più di questo posto. Noi non viviamo, cerchiamo solo di arrivare alla sera e io ho paura”. Amina cerca di calmarsi, la sua voce trema. “Mamma mi dice di stare a casa, ma io non voglio, ho bisogno di studiare. Se smettessimo di andare a scuola cosa accadrebbe?”. Molti lo hanno già fatto, soprattutto i genitori dei bambini più piccoli, preferiscono aspettare che la situazione migliori, ormai è troppo rischioso, molte scuole elementari sono state distrutte da colpi di mortaio, decine di bambini sono stati rapiti per un riscatto. “Anche quando siamo in aula non ci sentiamo tranquilli, nella classe di un’amica un giorno è entrato un uomo armato e ha ucciso il professore davanti a tutti”. La sorella di Amina ha solo 16 anni e anche lei continua ad andare alle superiori, mentre Walid il fratello più grande si è da poco laureato in ingegneria. Lui sta a casa, studia per migliorare il suo inglese e spera di riuscire a lasciare il paese per trovare lavoro. “I miei non possono permettersi di lasciare l’Iraq, le università in Giordania costano molto, mentre qui sono gratuite – mi spiega Amina – in qualche modo ce la faremo. Anche se è molto dura, non si può neanche fare una passeggiata o andare a fare shopping, non si può fare più niente se non starsene a casa ad aspettare”. Amina che cosa aspetti? “Aspetto che la situazione migliori, aspetto che l’Iraq diventi quello che ci era stato promesso, aspetto di poter uscire a farmi una pizza con le amiche, ma mentre aspetto, ho tanta paura di morire”.

 

 

 

 

Giornalista di guerra e scrittrice

4 Comment on “Amina, una voce irachena

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