E’ il giorno dello scandalo. Il presidente israeliano Moshe Katzav verrà oggi interrogato dagli investigatori della polizia riguardo ad un’accusa di estorsione contro una dipendente che a sua volta ha denunciato il presidente, di violenza. La guerra in Libano doveva stringere gli israeliani intorno al governo, e in parte lo ha fatto. Ma la guerra non è riuscita a tenere insieme la politica israeliana. Da una parte le contestazioni proprio su come la guerra è stata gestita, dall’altra la decadenza dei protagonisti. Da un premier sotto verifica del controllore di Stato per l’acquisto di una casa a basso prezzo in cambio di concessioni edilizie, ad un capo di Stato Maggiore che mentre dichiarava guerra vendeva le sue azioni prima del crollo della borsa.  Da un ministro della Giustizia che si è dimesso per affrontare un’inchiesta di molestie sessuali al presidente che rischia un’accusa di stupro. La parola di Katzav che, senza fare una denuncia formale, afferma che la sua ex impiegata lo ricatta, contro quella di un’ ex segretaria, e non è la prima, che accusa il capo di stato di violenza. La polizia ieri ha sequestrato nella residenza ufficiale del presidente documenti e computer, tra cui quello personale di Katzav, nel tentativo di far luce sulla verità. Tempi duri anche per un altro presidente, quello del parlamento palestinese, Abdel Aziz Dueik, dirigente di Hamas, arrestato due settimane fa, incriminato davanti ad un tribunale militare israeliano, per “appartenenza ad un’organizzazione terroristica”. Un’inchiesta si apre e un’altra si chiude:  il comitato di indagine sulla conduzione della guerra da parte dell’esercito, istituito la scorsa settimana dal ministro della Difesa Peretz, ha improvvisamente interrotto i suoi lavori senza dare spiegazioni sui motivi della decisione. Entro oggi il governo potrebbe decidere sulla costituzione di una commissione di inchiesta, questa volta giudiziaria, che a differenza di quella precedente, avrebbe poteri assoluti di indagine. Molto dipende dal mandato che accetterà di concedergli il premier Olmert. Un’indagine che Israele vuole, a partire dai soldati, ma che rischia di ritorcersi contro premier messo in difficoltà anche dalle dispute finanziarie legate alla guerra, si parla di tagli per 500 milioni di dollari, tali da mettere in crisi la maggioranza di governo. E ancora, dure critiche ufficiali al governo per la gestione dell’emergenza nel nord del paese durante il conflitto. Un rapporto preliminare del parlamento, redatto da una sottocommissione incaricata di monitorare il fronte interno della crisi, si scaglia contro il ministro della Difesa e più in generale all’esecutivo, colpevoli di non aver proclamato tempestivamente lo "stato di emergenza economico" e di non aver attivato il piano di evacuazione nel nord in seguito al lancio dei razzi degli Hezbollah.

Giornalista di guerra e scrittrice

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