“La Siria è il più aggressivo dei membri dell’asse del male e io sono l’ultima persona che dirà di voler negoziare con Damasco”, ha affermato il premier israeliano Ehud Olmert visitando i villaggi del nord per un mese sotto l’attacco dei missili hezbollah. Parole dure che cancellano ogni possibilità di dialogo con lo stato siriano considerato un sostenitore e finanziatore del terrorismo. “C’è chi dice che dovremmo abbracciare Bashar Assad (il presidente siriano). Io dico chiaramente di non dimenticare che i missili caduti nell’ultimo mese sono passati attraverso Damasco e alcuni di questi sono stati perfino fatti a Damasco”, ha detto il premier rispondendo al ministro della Sicurezza Interna Avi Dichter che aveva proposto in nome di una vera pace con la Siria, di cedere le alture del Golan conquistate da Israele durante la guerra dei Sei Giorni nel 1967 e ancora teatro di feroce contestazione tra i due paesi.  “Abbiamo fatto concessioni territoriali simili nel passato quando abbiamo firmato trattati di pace con la Giordania e l’Egitto”, ha detto Ditcher, ex capo dei servizi segreti. Nei giorni scorsi Israele aveva avanzato timide aperture di dialogo con libanesi, tanto che il primo ministro libanese non aveva escluso un ipotetica pace con lo stato ebraico. “Se il Primo ministro Siniora continua con i suoi sforzi per portare un cambiamento in Libano, non ho dubbi che i negoziati con Beirut porteranno a relazioni formali tra Israele e Libano", ha detto Olmert. Ma con la Siria, non vuole avere niente a che fare, "finché continuerà ad appoggiare il terrorismo". Scettico si è detto anche il vicepremier Shimon Peres, secondo il quale Israele prima dovrebbe occuparsi di rilanciare le trattative con i palestinesi. Un po’ meno convinto il ministro della Difesa Peretz che legge nella fine della guerra libanese una possibilità di dialogo anche con la Siria. “Non dobbiamo sederci e aspettare la prossima guerra”, ha affermato il parlamentare Ran Cohen, sostenitore della tesi di Ditcher. Si muove il mondo politico israeliano, ma nessuno sembra andare nella stessa direzione. E tra la gente cresce il malumore. “Mi raccomando di non dare false speranze. Quando la Siria smetterà di appoggiare il terrorismo, quando smetterà di dare missili alle organizzazioni terroristiche, allora saremo felici di negoziare con loro. Ma per il momento non mi unirò al giochino dell’autoflagellazione. Ho deciso di concentrare tutte le nostre energie e risorse su come prepararci per quello che verrà”, ha replicato Olmert di fronte ai residenti del nord che lo hanno accolto con freddezza. Dopo un mese trascorso nei rifugi, si sentono trascurati dal governo. “Se avessi due minuti per parlare con il premier – ha detto Hagai Einav, di Kiryat Shmona, la cittadina più colpita dai missili Hezbollah – gli direi che ho votato per lui e non mi sono mai pentito tanto”.

Giornalista di guerra e scrittrice

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