KIRYAT SHMONA – Alle 8 precise, ora israeliana, è cominciata la tregua. Fino ad un minuto prima l’artiglieria non ha smesso di cannoneggiare lungo tutto il confine. Poi un silenzio a cui nessuno, dopo un mese era più abituato. Un silenzio fatto di piccoli suoni quotidiani che di solito non si notano, ma che all’improvviso diventano segni di vita. Finisce la guerra, anche se la tregua sembra molto fragile, e scoppia la vita. Gli uccellini cinguettano, i fiumi scorrono vivaci, dove di solito i turisti fanno il kayak, migliaia di polli allevati starnazzano nei kibbutz. La brezza non trasporta l’odore di bruciato, e l’aria sembra fresca di prima mattina quando il sole non è ancora tanto caldo. I soldati, si cambiano le divise, uno neanche si nasconde mentre mette in bella mostra delle mutande rosse. Forse portano fortuna anche in guerra. I miliatari improvvisano festeggiamenti sui loro carro armati. Sono ancora a bordo dei carri, le cui bocche di cannone sono state ricoperte da un telo. Non si capisce bene cosa abbiano da festeggiare, questa guerra è ben lontana da essere stata vinta, ma forse basta per essere contenti, non dover rientrare più in Libano a rischiare la vita. “E’ finita, è finita”, gridano i ragazzi in coro. Siete contenti? “Si adesso, possiamo tornare dalla mamma”. Non sembrano neanche avere vent’anni. Erano disposti a morire fino a ieri, ma oggi vogliono tornare a casa. Magari a farsi una bella doccia. Lungo il confine le armi tacciano, e sembra quasi strano. In città la gente seppellita nei rifugi da un mese, riappare alla luce. Si stropicciano gli occhi e controllano il cielo da cui arrivava la morte, sono caduti 1100 missili a Kiryath Shmona e nessuno vuole che riaccada mai più. “Non facevo la spesa con calma da tanto tempo”, dice una signora in coda, una breve coda, al supermercato, l’unico negozio insieme ad una farmacia rimasto aperto durante la guerra. Gli occhi delle donne guardano avidamente le vetrine degli altri negozi di prodotti superflui rimasti chiusi, il cui bisogno morboso di comprare cose inutili, rende uguali tutte le donne del mondo. In centro ripartono i semafori, e non sarà più possibile parcheggiare in divieto di sosta senza prendersi una multa dalla polizia che fino ad ora è stata accondiscendente. Al supermercato afferro un Nesquik, non sono tanti gli sfizi che si può concedere il primo giorno di tregua, ma una bella cioccolata mi sembra un buon inizio. Anche il baracchino del Lotto ha riaperto. Anche questo sembra un buon inizio. Sei contento di non stare più nel rifugio? “Certo, mi annoiavo a morte. Ma adesso mi tocca tornare a scuola?”, dice un ragazzino di 13 anni che gioca con i suoi amici. In sottofondo è bello sentire gli schiamazzi dei bambini che per un mese sono scomparsi dalle strade. I coetanei del sud li hanno soprannominanti i “ragazzi del sottosuolo”, ma con questo sole si riabbronzeranno in fretta. “Spero mia moglie torni presto. È un mese non vedo i miei bimbi”, racconta Yossi Amado, direttore della farmacia. Ha spedito la sua famiglia vicino a Tel Aviv, ma lui è rimasto a controllare la casa. “Se la tregua regge posso tornarmene dalla mia famiglia e finire le vacanze”, ci dice Walter Jordan. Di tutte le persone incontrate in questi 34 giorni di guerra, è di sicuro una delle più singolari. E’ un detective della Swat (l’unità speciale della polizia americana). Che ci fa un poliziotto di Beverly Hills a Kiryat Shmona? “Quando è scoppiata la guerra ho chiamato la polizia di questa città che sembrava la più colpita e ho chiesto se potevo essere utile”. Esperto di criminalità organizzata e di soccorsi in caso di crisi si è precipitato ad aiutare i suoi colleghi d’oltre oceano. “Non sono ebreo, ma ho tanti amici qui, ho pensato che bisognava dare un contributo a questa tragedia, non ci sono compiti di polizia, qui non c’è criminalità, ho dato una mano a consegnare i pasti nei rifugi”. Il mondo è pieno di gente strana, ma in guerra è come se queste persone luccicassero.  

Giornalista di guerra e scrittrice

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