KIRYAT SHMONA – I soldati sono chiari: l’albergo del Kibbutz Hagosherim, dove soggiornano quasi tutti giornalisti e parte dei portavoce dell’esercito, è diventato un obiettivo dei missili hezbollah. La gente si guarda perplessa dirigendosi al trotto verso i rifugi mentre risuonano le sirene di allarme: perché il giorno prima della Pace è diventato il giorno più combattuto di questa guerra? In realtà, perché la Pace decisa su un pezzo di carta, dopo un mese senza sconfitti né vincitori significa poco per chi combatte e per chi crede che restino 24 ore per sparare tutte le cartucce. Lo sanno i soldati israeliani che non hanno mai bombardato e combattuto come ieri. Lo sanno gli Hezbollah che hanno lanciato missili in direzione del nord di Israele, più di 200, più di qualsiasi altro giorno. Intanto si scende nel rifugio, sotto alcune stanze dell’albergo, i bambini del kibbutz, sono seduti per terra che giocano quieti mentre una bella torta al cioccolato aspetta di essere mangiata. Fuori impazzano i colpi, le basi d’artiglieria che posizionate dentro ed intorno la città di Kiryat Shmona, cercano di saturare l’aria e i tonfi delle cannonate che quotidianamente scandiscono i minuti delle giornate, diventano ancora di più. Gli abitanti del nord hanno una voglia matta di spalancare le porte dei rifugi e risalire verso la superficie, verso quell’aria aperta traboccante dei profumi dell’estate sulle colline del Golan. Ma restano sotto, anche se queste saranno le ore più lunghe. Alle 7 del mattino dovrebbe essere tutto finito, anche se pochi ci credono. La parola pace in Medio Oriente sembra essere un vetro frantumato tenuto insieme dal nastro adesivo. In ogni momento potrà cedere, anche i soldati ospiti ad Hagosherim ne sono convinti: dal momento del cessate al fuoco in poi, le truppe israeliane resteranno dentro al territorio libanese fino a quando non arriveranno i 15 mila soldati libanesi e gli altri 15 mila soldati blu. Non se ne andranno un minuto prima. Il movimento degli Hezbollah che ha accettato la risoluzione, ha però promesso che continuerà a combattere i soldati israeliani fino a che avranno uno scarpone sul territorio libanese. E se attaccati, gli israeliani risponderanno e allora nel giro di un missile tutto il castello di carte costruito dalla diplomazia internazionale potrebbe cadere senza neanche fare tanto rumore, in fondo il Medio Oriente è noto per mantenere male le proprie promesse. E poi per i soldati morire in tempo di pace è molto peggio che morire in tempo di guerra. Per le vie del kibbutz, si diffonde una notizia terribile, la morte di un soldato figlio di un noto scrittore israeliano, il cui nome nessun giornalista può fare, fino che la Censura non darà l’assenso alla pubblicazione. Gli israeliani sono molto precisi in questo, prima si deve avvisare tutta la famiglia e poi il mondo può sapere. E così la stampa internazionale si tiene per sé una notizia che non è più terribile di quella di altri morti, ma che di sicuro colpisce, per chi ha letto i libri del padre, per chi lo conosceva come un uomo contrario a questa guerra. Di Yossi morto tra i 24 soldati di due giorni fa, che non ha un padre famoso, invece, si può parlare, un soldatino di 20 anni che era rimasto ferito nella prima settimana di guerra. Aveva detto ai suoi genitori che sarebbe andato in riabilitazione e invece a tutti i costi era voluto tornare a combattere. Oppure Karen 26 anni, la prima donna uccisa dentro al Libano, un meccanico si trovava sull’elicottero abbattuto due sere fa. Non si placa la voglia di chiudere questo capitolo, oggi ci si godrà se ci sarà, la Pace anche se non è vera, anche se non è efficace, ma solo perché è stata decisa. Domani si faranno i bilanci. Restano in attesa anche in un giorno di pace i familiari dei protagonisti di questa guerra, quei due ragazzi per cui Israele è entrato in guerra: i due soldati rapiti. Di loro non si sa ancora nulla. I loro familiari non sanno ancora nulla, non sanno neanche se questa pace riporterà a casa i loro ragazzi, se riporterà a Karnit, la moglie di Ehud Goldvasser, la sua anima gemella. Dal confine di Israele, le domande della gente e di chi ha vissuto questa storia che tra qualche ora potrebbe essere finita, si confondono con le colonne di fumo dei villaggi libanesi di fronte. Sotto di noi, le strade sono danneggiate dal passaggio dei carro armati, quando la guerra finirà ci saranno molte cose da rimettere a posto. Certo mai quanto in Libano. I villaggi arabi fumano, nessuno qui sopravvissuto alla grandine di missili, si chiede come stiano i civili dall’altra parte, se anche loro credono che questa pace possa durare, se potranno ritornare attraversando strade distrutte nelle loro case in macerie. 

Giornalista di guerra e scrittrice

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