Avvenire

KIRYATH SHMONA – La sua età è un segreto di Stato, il colonnello Irit Atsmon per niente al mondo, è disposto a rivelarlo, neanche dopo una lunga chiacchierata di due ore. Irit è una donna all’apparenza piena di contraddizioni che poi si snodano man mano che racconta la sua vita. Non sono tante le donne di carriera nell’esercito israeliano, soprattutto ad alti livelli come lei, due generalesse brigadiere e qualche colonnello; “poche ma buone”, sorride Irit che ogni volta che ti incontra sembra volerti abbracciare. Si aggira con la sua mole robusta imprigionata nella divisa verde, facendosi largo tra i giornalisti, cercando di spiegare, dando informazioni, cercando di far capire cosa sta succedendo In Libano e dando ordini, sempre usando le buone maniere, ai suoi giovani sottoposti. Quando era giovane, perché anche se non dice, deve avere almeno una cinquantina d’anni era una terapista del linguaggio, ma poi scoppiò la guerra in Libano, venne richiamata, le fu offerta una nuova carriera e lei l’accettò. Il Libano lo conosce bene, è vissuta a Beirut ai tempi in cui soggiornava Arafat, ha visitato molte delle città e dei villaggi che ora rivede nelle immagini televisive in una guerra che l’ha riportata, come colonnello riservista, ad indossare la divisa. “Non c’è nessuna contraddizione, tra l’essere una persona contraria la violenza ed un soldato”, dice la colonnella raccontando del suo lavoro di civile. Ha messo insieme due organizzazioni, una assomiglia molto ad una banca etica dove le persone che hanno qualche cosa da offrire, tempo, professioni, si aiutano le une con le altre. L’altra è un’organizzazione che aiuta partendo da se stessi a capire e comprendere l’altro. “Diciamo sempre che si può cambiare la realtà che ci circonda a secondo della strada che prendiamo. Questo paese è pieno di tensioni, lo siamo noi, lo sono gli arabi, io credo che il cambiamento deve partire da dentro e poi irradiarsi verso gli altri”. Non si è mai visto un soldato pacifista, eppure Irit sembra esserlo. “Non ho mai sparato un colpo e non ho con me alcun fucile, e spero di non doverlo fare mai. Non sono in un’unità di combattimento, la mia guerra è a colpi di parole. Questo non significa che non appoggi questa guerra, ma significa anche che ho compassione per ogni persona che soffre in Libano così come qua. Ma questo non ha niente a che fare con lo sbarazzarsi degli Hezbollah”. La sua teoria è semplice: una nazione è fatta da persone e le persone sono come gli organi di un corpo. “Se c’è qualcosa che non va da una parte tutto ne risente. E a volte bisogna rimuovere il cancro”. Magari però bisogna cercare una cura. “Hai ragione, ma in questo momento non ce l’abbiamo e non possiamo far in modo che il nostro corpo, che il nostro Stato muoia”. Irit spera che un giorno non ci sia più bisogno di tutto questo, che anche i suoi colleghi soldati possano appendere i loro fucili, per lei è già importante lavorare piano piano partendo dalla società israeliana. “Ci sono centinaia di persone che chiedono di partecipare alle nostre riunioni, siamo presenti in tutto il paese e ci sono anche molti arabi. All’inizio c’è sempre un po’ di ansia, poi tutto finisce in grandi abbracci. “Quando stavo in Libano avevo molti amici, è un paese meraviglioso, un terra dove c’è mare, montagne valli, vivace, pensavamo davvero di poter vivere l’uno accanto all’altro e qualcosa di buono potesse uscirne. Vedi, sembra che a noi piaccia andare in guerra e fare la voce prepotente ma non è così. Noi rispettiamo la vita, ma dobbiamo difendersi, c’è il presidente di uno stato (quello iraniano) che minaccia la nostra distruzione. Che cosa fareste se bombardassero Roma o Milano? restereste a guardare?”.

Giornalista di guerra e scrittrice

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