AVVENIRE
 
KIRYAT SHMONA – Una vittoria della pace, la giornata di ieri dal punto di vista diplomatico, è stata, una vittoria della guerra dal punto di vista militare. La risoluzione, giunta dalle Nazione Unite, è stata studiata da Israele e oggi il governo con ogni probabilità l’approverà, mettendo fine ad un conflitto cominciato il 12 luglio scorso. Ma nel frattempo i soldati nella più grande operazione di aereotrasporto mai avvenuta nella Storia di Israele, hanno raggiunto il fiume Litani in meno di 24 ore da quando hanno avuto l’ok dal premier di procedere con l’offensiva. Fino a due giorni fa c’erano 10 mila soldati israeliani dentro al Libano, oggi ce ne sono 30 mila. Si combatte al fronte mentre i politici leggono le carte della pace. Il premier Olmert ha ringraziato il presidente americano Bush per il suo lavoro alla costruzione della risoluzione che chiede il cessate al fuoco, mentre i soldati avanzano sempre più in profondità nella terra dei cedri. Gli israeliani si aggirano per i rifugi confusi: è guerra o pace? Forse per Olmert diviso dai dubbi, è entrambe le cose, nel poco tempo che resta all’esercito combatteranno più che possono, da nord del Litani a sud, e dalla frontiera verso nord cercando di accerchiare e distruggere tutto quello che possono di quel che resta degli hezbollah. Soprattutto a loro spetta farsi piacere la nuova risoluzione. "Siamo pronti ad un cessate il fuoco, in qualsiasi momento verrà concordato tramite il segretario generale dell’Onu o il governo libanese. Rispetteremo la cessazione delle ostilità, ma finché ci saranno offensive israeliane, la resistenza risponderà", ha dichiarato Nasrallah il leader di Hezbollah. E gli israeliani fino a che arriveranno i soldati delle Nazioni Unite, promessi dalla risoluzione, non hanno alcuna intenzione di andarsene. “Resteremo fino a quando ce lo dirà il governo”, ci ha detto il generale Dan Halutz, capo di Stato Maggiore sotto un sole cocente nella base militare di Filon non lontano da Tiberiade. “Diciamo che lasceremo all’esercito il tempo di cui ha bisogno che sarà non prima di lunedì”, ha detto il ministro degli esteri Tzipi Livni spiegando che l’offensiva continua nonostante la richiesta delle Nazioni Unite del cessate il fuoco. E intanto si contano i morti, 7 soldati israeliani 84 feriti, una quarantina di hezbollah e come sempre i civili intrappolati nei combattimenti che si allargano a macchia d’olio ormai da nord a sud. Giunti dal cielo, i soldati israeliani, paracadutati sul villaggio di Ghanduriya, a cinque km a sud del fiume Litani, indicato come limite della fascia di sicurezza che Israele tenta di consolidare e ripulire dalla presenza degli hezbollah, sono subito esplosi violenti gli scontri dopo lo sbarco delle truppe israeliane che tentavano di proseguire verso est in direzione del villaggio di Qantara. Combattimenti sarebbero stati particolarmente accaniti nella vallata di Al-Hujer, tra Qantara e Aadshit, secondo fonti libanesi, sarebbero stati distrutti 19 carri armati israeliani. Nessuna conferma da parte israeliana, se non quella per la morte di 7 soldati e il ferimento di altri 84. Mentre sarebbero una quarantina i combattenti sciiti uccisi. Vittime anche civili, sarebbero sette i morti e 35 feriti fra i circa 1.500 tra militari e civili libanesi che – dopo una lunga trattativa condotta dall’Unifil – erano stati autorizzati dagli israeliani ad abbandonare la cittadina cristiana di Marjayun, nel sud-est del Libano e a otto km. dal confine. Il lungo convoglio è stato scortato dai ‘caschi blu’ fino ad Hasbaya, una quindicina di km. a nord-est di Marjayun, al limite dell’area di operazioni dell’Unifil. Ma quando il convoglio, senza più scorta dei ‘caschi blu’, è entrato nella valle orientale della Bekaa e, dalla cittadina di Jobb Jannin, stava raggiungendo il centro vinicolo di Kefraiya, un velivolo israeliano senza pilota (ma teleguidato) ha sganciato ieri notte ben nove ordigni sul convoglio. Sul fronte israeliano dopo un mese di guerra si contano i missili piovuti sulla testa della gente, sarebbero quasi 3600 mila.

 

Matrimoni comuni

Avevano un sogno, quello di sposarti nel mese di luglio quando le colline del nord sono in fiore, quando le buganville colorano di rosa i portoni delle case, quando gli amici che vivono in tutto il mondo hanno le vacanze e possono arrivare in Israele, ma la guerra ha rimandato tutto. I razzi che ogni giorno piovono a mucchi sulle case degli israeliani che vivono nel nord, non hanno permesso a decine di coppie di sposarsi. Non solo è stato chiesto ai residenti di non raggrupparsi, ma nella maggior parte delle città è difficile trovare un albergo aperto, un ristorante, perfino un parrucchiere. Sono stati quelli del sud a trovare la soluzione. E a Tel Aviv si sono spalancati i campus universitari, gli hangar, le grandi sale da ballo e hanno cominciato ad organizzare matrimoni di massa. Non è esattamente quello che una coppia immagina di vivere nel giorno del proprio matrimonio, ma a mali estremi, estremi rimedi. E così a colpi di 15 coppie per volta, tutto è stato preparato. I tappeti rossi, i tavoli per il pranzo, i bicchieri che nella tradizione ebraica le coppie rompono insieme, i rabbini. 70 shekel, circa 12 euro simbolici e il matrimonio è fatto. Trucco per le spose fornito da uno dei migliori centri di bellezza,  parrucchieri per le acconciature, perfino gli abiti disegnati dagli stilisti e vogliosi di farsi pubblicità in un’occasione del genere. Abititi bianchi, sfarzosi, con pizzo, per donne magre e un po’ meno. “E’ come un sogno”, racconta David Saadiv, 31 anni, uno sposo di Haifa, che cammina mano nella mano con Olesia di 23 anni. Accanto a loro 15 altre coppie. Un attimo prima delle cerimonie tenute tutte contemporaneamente, la star televisiva israeliana Yael Bar Zohar, giunta per partecipare all’occasione ha chiesto un momento di silenzio per le vittime di guerra, poi la festa è cominciata. Nessuno sembrava accorgersi degli elicotteri militari che attraversavano il cielo sopra loro le teste.

Giornalista di guerra e scrittrice

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