KIRYAT SHMONA – E’ trascorso un mese dall’inizio della guerra più inattesa del 21° secolo, una guerra che in Israele si osserva facendosi largo tra i carro armati sul confine tra colpi di artiglieria che vanno e razzi che vengono. Si legge negli occhi dei soldati feriti che tornano e nelle spesso vuote conferenze stampe dei generali. Il 12 luglio scorso una decina di hezbollah ha attaccato una pattuglia israeliana uccidendo due soldati e rapendone due sul confine. Poco dopo hanno distrutto  il carro armato che giungeva in soccorso, uccidendo l’equipaggio. Contrariamente a situazioni simili già affrontate in passato, in cui partiva una trattativa e lo scambio di prigionieri, gli israeliani hanno detto “basta” a sei anni di provocazione. Nel 2000 adempiendo ad una risoluzione delle Nazioni Unite, gli israeliani si erano ritirati dal Libano, ma gli Hezbollah, nati per resistere all’occupazione, non accettarono il disarmo. “Questo attacco è un atto di guerra”, ha detto il primo ministro israeliano, annunciando l’inizio dell’offensiva. Le prime bombe dell’aviazione sono cadute sull’aeroporto di Beirut, e poi su ponti, strade, villaggi. Il presidente degli Stati Uniti invoca il diritto di Israele di difendersi, ma Francia Russia e UE denunciano un uso “sproporzionato” della forza. Israele vuole distruggere le infrastrutture degli Hezbollah e impedire che da Iran e Siria arrivino rifornimenti. Inseguito tenterà di spingere i militanti  verso nord per rendere innocui i lanci di razzi che quotidianamente piovono sulla Galilea e il Golan, costringendo migliaia di persone a scendere nei rifugi. Ma se gli Hezbollah sono stati sorpresi dalla reazione militare degli israeliani, l’esercito di Tel Aviv ha dovuto incassare duri colpi, quali la preparazione degli Hezbollah e la difficoltà di combattere senza un vero sostegno dell’intelligence che li ha portati a colpire tanti obiettivi dei militanti quanti civili. Migliaia di stranieri evacuati, centinaia di profughi abbandonano le case del sud per riversarsi più a nord o in Siria. Le bombe su Beirut, su Tiro, Sidone faranno arricciare il naso alla comunità internazionale che si metterà al lavoro per un cessate al fuoco. Dopo una settimana in Libano si contano già centinaia di morti. Gli israeliani ammettono di essere dentro anche con le truppe, tutti si aspettano un’offensiva di terra, in realtà si tratta di operazioni mirate alla conquista dei villaggi del sud. Vittime tra soldati, hezbollah e sempre civili. Durante la seconda settimana il segretario di Stato americano Condoleeza Rice visita una volta Beirut e due Gerusalemme, ma i suoi sforzi diplomatici sono vani. Terza settimana: Il 31 luglio con la strage di Cana e la morte di 28 civili, la maggior parte dei quali bambini, in un edificio distrutto dai missili israeliani sbatte in faccia al mondo la necessità di fermare la guerra. Israele dichiara che per 48 ore l’aviazione cesserà il fuoco per facilitare l’arrivo degli aiuti, gli Hezbollah non lanciano un missile contro Israele mentre la battaglia corpo a corpo continua. Ma gli sforzi diplomatici ancora una volta non portano niente e il consiglio di sicurezza israeliano due giorni fa ha votato per una nuova offensiva di terra su larga scala.

 

Giornalista di guerra e scrittrice

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