Eco

KIRYAT SHMONA – 1036 civili sono morti fino al momento in cui inizio a scrivere questo articolo. Mille libanesi, 36 israeliani. Ma quando muoiono persone che con la guerra non c’entrano niente, persone qualunque, non importa da che parte si sta, da quale lato della frontiera. Non conta chi ha avuto più morti, di chi sono le storie più tristi. Sono sempre tutte tristi. Non importa neanche chi vincerà questa guerra perché sono già tutti stati sconfitti. Le guerre non si vincono, si perdono e basta. E l’orrore più grande è perdere il contatto con l’umanità. Più si combatte più la si perde. Più ci sono morti, più diventano solo cifre. Sono civili, così dobbiamo chiamarli, che significa civili? Una parola fredda per dire persone per bene, persone come noi. I civili sono molto di più di donne, uomini o bambini come spesso dobbiamo per fretta e per quantità ridurli. Sono papà, sono mariti, sono l’anima gemella di qualcuno, hanno nomi, hanno sogni. Muhammad, Shlomi, Leyla, Fatima, qualcuno aveva gli occhi azzurri, qualcuno aveva appena avuto un bambino, qualcuno è morto proteggendo la sua famiglia, qualcuno perché aveva troppa paura per sopravvivere. Forse non ha neanche importanza sapere chi fossero, forse questo è l’unico modo per tollerare che ci sia una guerra in corso. Una delle persone morte ieri era una nonna che prima di essere colpita da un missile è riuscita a mettere a riparo i suoi nipoti. Siamo circondati da eroei. Era israeliana? Era libanese? Ancora una volta non ha importanza. Era una nonna che ha protetto i suoi cuccioli. Anche due fratelli sono morti colpiti da un razzo, la famiglia ha donato le loro cornee e ora quattro persone tornano a vedere. Uno di loro lentamente riacquisterà la vita, le prime parole che ha sentito dirsi dalla sua famiglia è che la sua casa mentre era sul tavolo operatorio, è stata distrutta. Una famiglia: madre, padre e tre bambini sono stati recuperati morti in avanzato stato di decomposizione in una macchina poco lontano dalla casa da cui stavano scappando. Sono finiti in una fossa comune, addossati a tutti gli altri a cui è stato riservato lo stesso destino, una fine senza nomi, senza condoglianze, senza un funerale degno. Senza il ricordo dei familiari, le lacrime di chi amavano. Non come Manal, mamma di due bimbi, colpita da un missile di fronte a loro. Centinaia di persone l’hanno pianta. 1036 morti, è un paese che muore. Civili che muoiono, no, è la civiltà che muore. Ogni bambino che viene seppellito in una fossa comune non è una sconfitta di libanesi o israeliani, è una sconfitta per tutti. Un uomo è stato colpito da un missile mentre beveva un caffè. Ha sentito l’odore della sua carne bruciata, ha visto il bracco che era rimasto attaccato al gomito solo per un lembo di pelle. Aveva una scheggia nel collo. Il suo sangue è schizzato sul muro del bar nella città di Tiro. E’ stato fortunato, la Croce Rossa Libanese lo ha soccorso subito e in autoambulanza lo ha portato all’ospedale. E’ morto in sala operatoria. Nel suo portafoglio c’era la carta d’identità, Ali Mutlak era nato nel 1983. Poco dopo non lontano un altro corpo è arrivato nello stesso ospedale, lo hanno steso vicino a quello di Mutlak. Muhammad era in macchina quando è stato colpito da un missile israeliano, trasportava pane che è volato dappertutto. Nessuno ha reclamato i loro corpi intrappolati in un telo di plastica con i loro nomi scritti con un pennarello nero. Chissà se le loro famiglie hanno scoperto che sono morti. Non sarà facile convincere Hawra Hashem, 12 anni, che sua madre è morta nella strage di Qana, il 30 giugno scorso durante un bombardamento. “Vi prego, mia madre potrebbe ancora essere viva sotto le macerie, andate e tiratela fuori, vi scongiuro. Sono sicura che è ancora viva”, continua a mormorare a chiunque incontra. La madre le aveva promesso che sarebbero andati ad un picnic alla fine della guerra. “Quando sono arrivate le bombe elencava le cose che avremmo mangiato”. Così nel giro di pochi secondi Hawra ha perso sua madre e i suoi tre fratelli. “Ho bisogno di mia madre e mi mancano i miei fratelli. Ora che ne sarà di me?”. Uno dei fratelli si chiamava Hussein e aveva 12 anni, l’altro ne aveva solo due e girava sempre con un orsacchiotto di peluche stretto al petto. Ibrahim di sette era sempre attaccato al vestito della mamma. Anche loro tre fanno parte delle 1036 vittime. “Chiamo la mia mamma, ma non viene, continuo a sentire i passi dei miei fratelli dietro di me, ma quando mi volto non ci sono. Lo so che sono tutti in paradiso. Vorrei essere con loro, invece di qui da sola”. Piange la piccola Hawra, distrutta da questa guerra. Suo padre è in ospedale che lotta tra la vita e la morte. A proposito, ci sono altri dieci morti in Libano, alla fine di questo pezzo i morti civili sono 1046.

Giornalista di guerra e scrittrice

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