ECO

KFAR GILADI – E’ stata questione di un attimo, di destino o di sfortuna. Erano appena suonate le sirene e chi vive nella zona di Kiryat Shmona, sa bene che non servono a molto perché si è troppo vicini al confine, il missile arriva in pochi secondi, di certo non abbastanza per scendere in rifugio o per trovare un posto sicuro. O si sta rinchiusi per tutto il tempo o non c’è scampo. Devono averlo pensato anche quel gruppo di soldati che sono rimasti immobili davanti all’entrata del kibbutz di Kfar Giladi. Solo uno si è  allontanato un attimo per cercare qualcuno che gli accendesse una sigaretta. Si era allontanato di poco quando il missile è arrivato. Giunto dal nulla, sbucato dal cielo, dritto sui suoi amici. Il ragazzo della sigaretta è l’unico rimasto illeso. “Ho sentito bum, e poi ancora bum – un tuono che ancora rimbomba  nelle nostre orecchie – Mi sono buttato dietro ad un muretto, poi appena ho potuto sono corso indietro, i miei amici erano tutti a terra”. In un lago di sangue. 11 morti sul colpo, uno sul tavolo operatorio, due altri feriti gravemente combattono tra la vita e la morte, otto sono feriti lievemente. Tutti soldati, riservisti richiamati in servizio, gente che di solito fa una vita normale, ha una famiglia e che ha indossato la divisa in occasione di questa guerra. Un attimo prima chiacchieravano sotto il sole cocente della Galilea, poi l’inferno. Un quarto d’ora di razzi che giungevano da appena pochi chilometri di distanza, da al di là della frontiera. Una raffica piovuta tutto intorno, ha colpito e gravemente danneggiato case, macchine, la sinagoga di Kyriat Shmona. Ma l’attacco più devastante di ieri, ma anche di tutte queste tre settimane è stato quello al kibbutz, una cittadella arroccata su una collina, che come molti altri posti nel nord, sono stati occupati dalle forze armate israeliane per coordinare l’offensiva in corso in Libano. Non ci sono turisti in questo periodo di solito affollata di gente che si gode la campagna, i percorsi collinari, i vini che producono da queste parti, la frutta succosa, il panorama suggestivo che punta verso il Libano. Appunto, l’ultimo posto dove gli israeliani vogliono stare. Pensavano di essere al sicuro i soldati riservisti ancora in Israele, sicuramente si credevano più fortunati di quelli che in questo momento a combattono nel Libano. Ma non è stato così. Non è così da ormai qualche giorno, da quando gli hezbollah, hanno aumentato le scariche di razzi, sul tutto il nord, ma in particolare qui, nella zona di Kiryat Shmona, diventata una città fantasma. Arrivano circa duecento missili al giorno, nel nord di Israele e anche se l’autorità israeliane continuano a raccontare i successi ottenuti in questa guerra, nessuno tra le alture del Golan e quelle della Galilea, ancora li vede. Ci sono troppi morti, troppi in Libano e troppi in Israele. “E’ la cosa più terribile che abbia mai visto, davanti a me – racconta un residente di Kfar Ghiladi ricacciando indietro le lacrime – ci sono nove corpi coperti da un lenzuolo mentre intorno tutto è in fiamme. Da quella parte c’è il cimitero e da questa i corpi”. I corpi stesi sulle barelle, uno accanto all’altro con un lenzuolo grigio che li protegge dagli sguardi indiscreti, e non distrai tutti gli altri dal soccorrere chi è ancora vivo. Sono arrivati subito i soccorsi, autoambulanze e elicotteri che hanno evacuato i feriti al più presto. Bruciano le macchine e i boschi intorno che da giorni assorbono i razzi caduti a vuoto, le foreste di pini e di ulivi si sono trasformati in tronchi anneriti. Sembra che sia arrivato l’autunno. Il verde della Galilea si piega al fuoco e al crepitio dell’erba che brucia. E’ quasi impossibile respirare e vedere oltre alle alte colonne di fumo che si alzano verso il cielo. D’altra parte del paese intanto sulla costa qualche ora dopo, un altro attacco letale degli hezbollah, colpirà la città portuale di Haifa decine di persone resteranno intrappolate tra le macerie di una palazzina. “Abbiamo dichiarato lo stato di emergenza”, dice il sindaco di Kiryat Shmona che ha invitato i residenti a rimanere il più possibile dentro alle camere sicure o nei rifugi. Non ha finito di dirlo che già risuonano le sirene.

Giornalista di guerra e scrittrice

One Comment on “UNA PIOGGIA DI MISSILI

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