MAGHAR – “Solo qualche minuto prima era in piedi di fronte a me – ci racconta in lacrime, Eyal Heno, cugino di Manal Azzam, uccisa due giorni fa da un missile Hezbollah – la guardavo mentre dava un gelato ai suoi bambini, quando sono partite le sirene. Le ho fatto cenno di venire da me, ma lei mi ha sorriso, ha preso i bambini ed è corsa in casa. Sono entrato anch’io, abito di fronte, e si sa com’è quando ci sono le sirene, si aspetta che finiscano, si resta paralizzati ad aspettare che il colpo cada, che si senta il tonfo in lontananza”. Ma questa volta il razzo è caduto vicino. La casa è tremata, Eyal è corso fuori e si è precipitato nella casa di sua cugina: “Non vedevo niente, c’era polvere e fumo ovunque, sentivo solo i bambini piangere e ho seguito le loro grida”. Fattosi largo tra le macerie Eyal ha trovato la piccola Sknar di sei anni, coperta di sangue, tremante di fronte alla madre. “Mi sono gettato su Manal, l’ho girata ma non aveva più il viso, non c’era niente che potessi fare, ho preso di peso Sknar e Eden che ha due anni, ho coperto i loro occhi e li ho trascinati a casa mia, li ho messi sotto la doccia e ho lavato via tutto il sangue che avevano addosso”. I bambini feriti solo lievemente, non capiscono bene quello che sta succedendo intorno a loro, tanto meno capiscono questa guerra che ha portato via la loro mamma. “Spero uccidano Nasrallah (il leader degli Hezbollah) – dice Eyal impregnato di dolore – spero solo che l’esercito israeliano finisca quello che ha cominciato e li spazzi via dalla faccia della terra”. Manal è delle tante vittime innocenti di questa guerra sporca da qualunque parte la si guardi. Manal viveva in un villaggio per metà druso, per un quarto cristiano e per un altro musulmano, arroccato nel verde della Galilea. Le buganville rosa, bianche, arancioni, i fiori dipingono un villaggio che è conosciuto per la sua tranquillità, per la convivenza esemplare di tre diverse comunità. Non sarà più così. E’ la seconda volta che questo villaggetto, non lontano da Tiberiade viene colpito. Un paio di settimana ne fa, un razzo ha ucciso una ragazzina musulmana di quindici anni. Era in camera sua a leggere, con la madre nella stanza a fianco, quando il missile che ha colpito la loro casa e l’ha fatta a pezzi. “Doua odiava la guerra, mi chiedeva sempre perché la gente si uccideva e io le rispondevo che presto la guerra sarebbe finita – racconta Imtiaz Abbas, la madre – ma lei non lo vedrà mai. Aveva tanti sogni, voleva studiare, era intelligente. La fede mi aiuta a sopravvivere, ma non sarà mai lo stesso. Voglio appellarmi a tutte le mamme, vi prego chiedete ai vostri leader di non permettere che i nostri figli muoiano. Vi prego”. Scuotono le teste gli abitanti di Maghar, troppo spesso vestiti a lutto. Il marito di Manal, non si regge in piedi, le gambe gli tremano e dagli occhi rossi sgorgano lacrime che non riesce a fermare. Due uomini lo sostengono, gli puliscono il viso, gli sussurrano parole d’incoraggiamento. Anche loro piangono. E piangono tutti gli uomini e le donne del villaggio di Maghar stretti intorno a quell’uomo che perso sua moglie, strappata dalla furia di un missile hezbollah. Sono molti gli arabi arrabbiati con Nasrallah, che nel frattempo è diventato una superstar in molti paesi musulmani, ma non in quelli in cui le bombe cadono senza fare distinzioni. “In questo paese ci sono tante opinioni quante sono le persone, c’è chi sostiene gli Hezbollah e sono molti, c’è chi è fedele all’esercito israeliano, molti biasimano entrambi perché combattono usando e sacrificando le persone”, ci spiega uno dei tanti che sono venuti a fare le condoglianze alla famiglia. Centinaia di persone vestite di nero, uomini e donne che si battono le mani sul petto, in processione per stringere la mano dei familiari di Manal e vedere la casa colpita. C’è compostezza nel loro dolore silenzioso. “Il destino ha ucciso mia sorella – dice Afif seduto su una sedia di plastica nel cortile di casa di amici che li ospitano – questa è la seconda vittima nella mia famiglia, mio fratello è morto, 9 anni fa in Libano, era un soldato. Questa dovrebbe essere una terra sacra, una terra di pace, invece siamo tutti maledetti”. 

Giornalista di guerra e scrittrice

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