HAIFA – E’ come vivere con una pistola puntata alla testa. Una roulette russa di cui però non si è responsabili di premere il grilletto. O forse un po’. Visto che la guerra che incombe dall’altra parte, in Libano, non si è scatenata da sola. Dipende dai punti di vista e in un paese con una popolazione così variegata come ha Israele ce ne sono molti. E quasi sempre in contrasto. Ciò non toglie che vivere nel nord di Israele a tre settimane della guerra è diventato un inferno per la popolazione. Piovono missili. 100 in una sola ora. 200 durante tutto il giorno. Ieri sono morte tre persone, tutti arabo israeliani, di sicuro non un obiettivo degli hezbollah, ma i missili non hanno occhi e colpiscono tutti, scatenando la furia di pezzo di Israele, dove la gente è combattuta tra essere cittadini dello Stato Ebraico e il sentirsi arabi. Difendono strenuamente il Libano, ma come gli israeliani ebrei vivono alla mercè dei missili. Una delle tre vittime, era una mamma di 27 anni, che è corsa in casa quando ha sentito suonare la sirena. Ma la casa non l’ha protetta dal missile. Si vive così da settimane nei rifugi pubblici per chi non ha una camera di cemento armato impone una  legge del 1991 per ogni casa nuova. O si vive nelle cantine, o si approfitta dell’ospitalità di amici e parenti che vivono al sud. Migliaia di persone sono scese verso Tel Aviv o Gerusalemme, molti però soprattutto gli anziani o chi ha bambini e non ha abbastanza soldi per il trasferimento è rimasto a casa. Gli anziani hanno una sola parola: non vogliono lasciare il loro letto, ormai sono vecchi e un missile non li spaventa. Non sono neanche coraggiosi, sono semplicemente rassegnati. I poveri scendono nei rifugi, alcuni grandi, altri più piccoli, contengono fino a 70 persone, ammucchiate tutte insieme, dove di tanto in tanto arrivano medici, arrivano clown per i bambini, arrivano soldati che offrono aiuto e comprensione. Per il momento il nord si stringe intorno alle decisioni del governo, ma gli israeliani sono persone volubili, se la guerra durerà troppo, usciranno e protesteranno per questa roulette russa che li colpisce, così a caso: un signore che andava in bicicletta con il cane qualche giorno fa, tre pastorelli di 18 anni due giorni fa. Uomini, donne, bambini. Non si può stare per sempre, soprattutto per mesi, schiacciati a dormire su dei materassini, senza vestiti puliti, dove l’aria è pesante e i bagni non sono mai abbastanza. Soprattutto non si può vivere nella paura. E’ diventata una vita scandita dal suono delle sirene, un lungo fischio che congela il tempo, la gente abbandona le macchine per la strada e si rifugia nei portoni, lasciati tutti rigorosamente aperti. Nei centri commerciali ancora aperti, come degli automi, i clienti e i venditori, seguono la scritta “rifugio”. Finita la sirena, si aspetta il colpo, si sente bum e si spera sia in lontananza, si tira un sospiro di sollievo e si torna a fare quello che si stava facendo. Si risale in macchina, si entra nel negozio, si riesce in giardino. Non sempre succede così, tanti razzi finiscono in campi aperti, ma molti hanno colpito, case, macchine, ospedali. Hanno ucciso operai che lavoravano, un signore anziano è morto d’infarto mentre correva verso l’entrata del rifugio. “Sai dirmi quanto durerà non ne possiamo più?”, ci chiede una signora di origine russa che non esce da dieci giorni dal rifugio, solo suo marito va ancora a lavorare, mentre lei controlla i figli, non che possano andare da qualsiasi altra parte. “Ho bisogno delle sigarette”, si lamenta un uomo che non trova un tabaccaio aperto, ma che è disposto a rischiare la vita per una boccata di fumo. I bambini sono quelli che se la passano meglio, circondati dai loro amichetti nei rifugi pensano di essere in vacanza. I più grandi invece cominciano a sentire la paura anche se sono ancora troppo giovani accettarla. Sono gli adulti quelli che tremano dal terrore, paralizzati dal pensiero di poter essere colpiti o feriti. Sono centinaia i traumatizzati che ogni giorno arrivano e si riversano negli ospedali. “A volte li teniamo qui sotto osservazione, altre volte li ascoltiamo o diamo anche solo un bicchiere d’acqua”, ci spiega Oscar Embon, il direttore dell’Ospedale di Safeed in Galilea. “La stiamo vincendo questa guerra? – chiede una Leyla Oren, una signora di mezz’età con la mano fasciata stesa su un lettino dell’ospedale – Perché a me sembra strano che ogni giorno che passa arrivino sempre più missili”.

Giornalista di guerra e scrittrice

2 Comment on “Vita da rifugio

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