SHOMERA – Non è esattamente la persona che vorresti incontrare di notte per la strada. E’ qualcuno che accende le tue fantasie di bambino e ti fa pensare al lupo cattivo della storia di Cappuccetto Rosso. “Ma che mani grandi che hai”, ti viene da pensare, “per stritolarti meglio”, “che fucile grande che hai! Per spararti meglio”. Forse Yosef non è cattivo come sembra, ma di sicuro nessuno lo vorrebbe come nemico. Se ne sta seduto al riposo stringendo il suo fucile al petto quasi abbracciandolo come se fosse la cosa più cara della sua vita. D’altra parte all’arte guerra e in quella in Libano in particolare, ha dedicato tutta la sua vita. Alto, molto scuro di carnagione, con un paio di baffoni neri e dei piccoli occhi che si muovono velocemente, è l’essenza dell’uomo arabo, il resto del corpo, a parte le labbra che si muovono mentre parla, resta immobile, forza dell’abitudine. Yousef è l’uomo invisibile dell’esercito israeliano. Per noi non ha un cognome. Yousef è un tracker, uno scout, un “apri pista”. E’ l’uomo che segue le tracce del nemico. 45 anni di cui 24 passati nell’esercito e sedici a combattere nel sud del Libano. Pochi conoscono meglio di lui quelle rocce, quegli alberi, quei buchi che separano lui, prima di tutti gli altri, dagli Hezbollah. Questione di vita o di morte. Yosef è pagato per annusarli, ma il lavoro gli piace, lo si legge in quegli occhi feroci che però si scaldano quando parla del suo paese un villaggio arabo della Galilea. Sì, perché Yousef non è solo un beduino arabo, ma è anche un musulmano, ma fedele all’esercito israeliano. Proviene dal villaggio di Maghar vicino a Nazareth, lo stesso dove una ragazzina di 15 anni è stata centrata da un missile Hezbollah un paio di settimane fa. Al contrario di molti arabi, non ha una buona opinione di  Nasrallah, il leader degli Hezbollah: “forse è una super star per il mondo arabo, ma non lo è qui e anche noi siamo arabi”, dice con una smorfia. Non è un uomo di molte parole e si guarda intorno in una base del confine dove si riposa qualche giorno avendone trascorsi 20 giorni in Libano, per cercare conferme tra i suoi superiori che può parlare liberamente. “Questa guerra è completamente diversa da quella che io conoscevo, gli hezbollah sono cambiati”, ammette Yousef, non nascondendo la sua sorpresa. Il nemico che aveva sempre combattuto, fin dalla sua formazione, era cresciuto. “Sono incredibilmente più sofisticati e organizzati. Si muovono secondo ordini precisi, hanno giubbetti antiproiettili, armi di precisioni, e gli ordigni che piazzano sulla strada, non sono roba che si può fabbricare in casa, bisogna comprarla”. Yousef è un uomo che avanza nella notte attraverso i boschi, deve scoprire tutte le trappole che possono esserci prima che arrivino le truppe e affrontino i combattimenti. Anche se l’esercito israeliano ha foto aeree non sempre, soprattutto nella folta vegetazione è possibile individuare bunker o tunnel. “Si procede con lentezza – spiega Yousef – si usano tutti i tipi di camuflage” e se necessario si costruisce un nascondiglio scavando un buco nel terreno e poi ricoprendo l’entrata con arbusti e pietre. “Gli Hezbollah hanno anche piante finte che coprono i loro rifugi. Di uno vicino al villaggio di Marun al Ras, me ne sono accorto perché ho visto delle telecamere, le usano per tenere d’occhio l’esterno senza uscire, ho seguito i fili dell’elettricità che portavano ad un buco, tolti i rami e gli altri camuffamenti, c’era un’entrata di un metro per un metro e un corridoio che scendeva per otto metri, poi si apriva in più diramazioni, ma non siamo andati oltre”. Sono tornati su e hanno lanciato una serie di granate senza neanche controllare se ci fosse dentro qualcuno. “C’è una rete di bunker collegati, ma non abbiamo trovato cunicoli più lunghi di una ventina di metri, certo è che tutto questo prima del 2000 non c’era”. Tre settimane di combattimenti, i missili continuano a cadere su Israele, da cosa si dovrebbe capire che questa guerra per Israele sta procedendo bene? “Intanto siamo entrati in alcuni villaggi senza sparare un colpo, come Alma, Tout, Al Marahoune (tutti nell’estremo sud ovest del Libano). E poi è cambiata la loro strategia, i primi giorni quando eravamo meno soldati venivamo attaccati dagli hezbollah in cinque secondi. Ora invece, tutta l’azione è più lenta. Noi siamo entrati in massa un po’ dappertutto e loro si sono dovuti asserragliare per combattere in forze solo in alcuni posti”.

 

Giornalista di guerra e scrittrice

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