“Ehi siete soldati, state andando a combattere? Devo raggiungere l’autobus per andare al fronte”, ci dice un soldato che fa l’autostop lungo il confine. La strada è costellata di riservisti che stanno rispondendo alla chiamata dell’esercito di raggiungere il nord. Chi non ha la macchina o non vuole guidare fino alla propria base, aspetta alle fermate dell’autobus schiacciato dallo zaino e dal sole. Sembra che tutti i ragazzi di Israele partano per le vacanze, invece non è per niente così. I loro occhi non sono cupi come i soldati di leva, i riservisti sanno che devono solo avvicinarsi al confine e che se non ce ne sarà estremo bisogno non dovranno neanche andare a combattere. La guerra è per i più piccoli, per quei ventenni che ancora puzzano di merendine del liceo, che si nascondono dietro ad un mitra spesso lungo quanto loro sono alti. Adesso si combatte sul serio, dappertutto. Ci sono migliaia di soldati dentro il Libano. La strada che costeggia il confine e attraversa Israele è meno pericolosa del solito, gli hezbollah si sono attenuti al cessate al fuoco di 48 ore dichiarato dagli israeliani che invece lo hanno rispettato molto meno. Le strade sono più trafficate del solito, colonne di carro armati parcheggiati su camion che li trasportano vanno verso nord, rimorchi vuoti, scendono verso sud. Macchine di persone che tornano a casa a controllare se va tutto bene, se una casa c’è ancora, perché di questo si tratta, e trattori che sfrecciano tra i campi, per verificare quali danni hanno subito i raccolti. Lungo tutta la strada, raggiunto l’estremo nord ovest si ha il confine alla propria sinistra, si vede il Libano, una terra del tutto uguale a quella che si ha a destra. Il paesaggio è quello di una zona montuosa, un po’ brulla che di tanto in tanto si trasforma in veri e propri boschi molto fitti. La strada è punteggiata di campi e villaggi agricoli completamente deserti, la gente ha pensato bene di andarsene per non subire l’arrivo dei razzi degli hezbollah. Dopo un po’, raggiungendo il centro del paese, è come se il cielo si oscurasse, ma non è una nuvola, è un grigio che sembra una foschia che sale dalla terra verso il cielo, sono le colonne di fumo che salgono e confondono l’orizzonte. Sono i combattimenti. Sono ovunque. Fino all’estrema parte del confine. Non serve mettere la radio a tutto volume per non sentire il rumore della morte a pochi chilometri di distanza, ormai si sa che c’è, non si può che non ascoltarlo. Il suono della guerra rapisce, ti chiede di andare più vicino per vedere. A Zarit, seguendo un po’ di strade interne e sterrate si raggiunge una cima, si vede chiaramente il villaggio di Aita el Shab, si sentono i colpi di artiglieria, si sente il suono dei bombardamenti, che avrebbero dovuto essere sospesi, si vede un villaggio assediato dai carro armati e dai bulldozer, dentro e intorno si è dispiegata la fanteria. Arrivano alcune autoambulanza militari, forse ci sono dei feriti, ma nessuno ne parla. Morti e feriti in guerra sono un parola tabù, se non fossero costretti a dirlo alle famiglie forse, i vertici militari eviterebbero di dirlo del tutto. Ma dall’intensità della battaglia che si percepisce a 4 chilometri di distanza, sembra impossibile che nessuno si faccia male. Circondati dal ferro dei carro armati, stretti nei giubbotti anti proiettile e negli elmetti, quei giovani uomini sembrano ancora più fragili. Si torna indietro si prende un’altra strada sterrata, fino a che un gruppo di soldati israeliani si sbraccia cercando di fermare la corsa della macchina “se vuoi entrare in Libano ti conviene aspettare qualche giorno”, scherza il soldato mentre indica a trecento metri, nascosto dal verde rigoglioso un gruppo si soldati che spara cercando di insinuarsi verso il villaggio. Troppo vicino è meglio andarsene, un colpo di mano al giubbetto antiproiettile per assicurarsi che sia al suo posto intorno al petto e poi via di nuovo. Dubito che protegga nel caso giunga un razzo, ma fa piacere, anche se fa un po’ male, sentire la sua pesantezza addosso. Aita el Shab nello sfondo, è quello il villaggio da cui è partito il commando che il 12 luglio scorso ha rapito 2 soldati israeliani e ne ha uccisi 8, dando il via all’offensiva che in questi giorni raggiungerà il suo apice. Più avanti un altro punto di entrata e altre colonne di fumo, dalla valle i cannoni continuano a sparare facendo sobbalzare la macchina. I razzi passano sopra superano il monte e ricadano, mentre sotto procede veloce il traffico, mi chiedo solo se ci possono essere dei razzi difettosi. A Metula la situazione è più calma, rispetto a tre giorni fa, dove incessantemente arrivavano i colpi di risposta degli hezbollah. L’interminabile coda di carri non c’è più, è dentro che combatte nel villaggio di Taibe, ormai sono giorni che si battono. Alcuni soldati si riposano, su un carro armato è stato aperto un ombrellone rosso. Hanno i volti anneriti e induriti dalla battaglia, nessuna fretta di tornare dentro. Non possono raccontare quello che sta accadendo, ma fanno capire che la battaglia è stata molto dura, che gli hezbollah non fanno altro che tendere trappole, cercano di accerchiarli e di colpirli. I militanti sono meno forti di loro, meno protetti, ma hanno il vantaggio di essere a casa loro e di aver aspettato anni questo momento. L’obiettivo dei soldati è di raggiungere il fiume Lithani, e di formare una striscia di terra liberata dai militanti di Dio, ma non sarà un’impresa facile. Tanto sono determinati gli israeliani, quanto non hanno niente da perdere gli Hezbollah.

Giornalista di guerra e scrittrice

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: