METULA (sul confine) – E’ cominciata la seconda fase dell’offensiva lanciata dall’Esercito israeliano nel sud del Libano. Le truppe di terra si sono spostate, hanno lasciato la zona centrale del confine, dopo essersi ritirati da Bint Jbeil una delle roccaforti degli Hezbollah e si sono trasferiti a Metula nell’estremo est del paese in quel dito di terra che si conficca tra il Libano e la Siria, vicino alla zona contesa delle Fattorie di Sheeba. Un serpentone infinito di carro armati, di bulldozer, di mezzi blindati e di autobombulanze. Migliaia di soldati affaticati si rifugiano nei loro carri in attesa di entrare in Libano in attesa di raggiungere quelle unità che sono già dentro. Sono le altre  roccaforti da espugnare, quattro villaggetti, Taibe, Ad Deise, Far Kila, Deir Mimesi da cui già salgono alte colonne di fumo. Si sta combattendo furiosamente, lo dice l’odore di bruciato, lo dice il suono dei cannoni che sputano fuoco, lo diranno quelli che torneranno. “Ora non si può parlare con i soldati, sono chiusi nei carri stanno arrivando troppi colpi”, ci dice un portavoce dell’Esercito nel buio di un corridoio in attesa che casa l’ennesimo colpo. Se ne contano 140 in tutto il nord, i katiusha lanciati dagli hezbollah, ma i colpi di mortaio riservati alle truppe di stanza a Metula, sono molti di più. Quasi in continuazione una voce gracchiante risuona dagli altoparlanti della cittadina montana, circondata dalle cascate e dal verde del Golan, invita la gente a scendere nei rifugi. Ma a parte soldati e giornalisti a Metula non c’è più nessuno. Una cittadina deserta, chiuso il centro sportivo, abbandonato il giardino pubblico, chiusi i negozi, abbandonate le case. I residenti hanno ripiegato verso zone più sicure, da amici, da familiari in alberghi lontano dalla zona entro il raggio dei missili. Nell’unico albergo aperto occupato dai soldati, l’Alaska Inn, la Cnn manda le immagini della strage di Caana, Un colonnello e un capitano, che coordinano le interviste dei giornalisti, confabulano tra di loro. “La Cnn continua a far vedere i bambini morti, sicuramente ci chiederanno qualcosa qualcosa, ma di fronte a una cosa del genere che cosa possiamo dire?”. Ci si adatta alle frasi fatte che troppo spesso i militari israeliani ci propinano: “Ci dispiace, Israele ha un esercito moralmente irreprensibile, non lo ha fatto intenzionalmente. E’ colpa degli hezbollah che si nascondono tra i civili”. Intanto continuano ad arrivare missili e gli israeliani continuano a tirare d’artiglieria, il confine siriano non è lontano e tutti ci tengono a precisare che nessuno ha intenzione di colpire Damasco. A 9 chilometri, a Kyriat Shmona, piovono altri missili, una casa colpita, un campo aperto, la macchina di qualcuno che la troverà distrutta quando tornerà. I giubbetti sono stretti, gli elmetti allacciati, ma l’ultimo colpo arriva inatteso. Nessuna sirena l’annuncia, nessuna voce gracchiante. E’ troppo veloce e la distanza troppo breve per poter trovare rifugio. I giornalisti si gettano a terra, ma uno, il reporter israeliano del quotidiano Haaretz, viene colpito dalle schegge, di corsa viene portato in ospedale e curato, qualche punto e tanta paura. Poi si ricomincia. Al di là, si continua a combattere, otto soldati sono stati feriti a Taybe, due sono morti dicono le tv arabe, otto dicono gli hezbollah. Ma ci vorrà tempo per conoscere la verità. Secondo l’esercito israeliano quattro degli otto soldati poi feriti, erano andati a soccorrere gli altri, erano nel carro armato ma sono finiti in uno scontro a fuoco tra i loro compagni e i militanti dell’ala armata del Partito di Dio. “Abbiamo ucciso almeno tre hezbollah, la divisione Nahal ha localizzato alcuni depositi di armi, delle postazioni di lancio, 10 razzi rpg, 14 missili, alcune uniformi dell’esercito israeliano e un libro di istruzioni per i missili anti carro”, ci spiega un colonnello, non riuscendo a togliere gli occhi dalle immagini che manda la televisione dei bambini morti di Caana.

 

Giornalista di guerra e scrittrice

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