di Barbara Schiavulli

 

Immagina di svegliarti una mattina e di trovare un volantino abbandonato vicino alla tua porta di casa che dice che devi andartene perché la zona dove vivi sta per essere bombardata. Immagina di dover rientrare a casa con le mani che ti tremano e di dover dire alla tua famiglia che bisogna prendere solo le cose necessarie e di salire in macchina. Immagina di dire ai tuoi figli che non possono portarsi i giochi che hanno ricevuto al compleanno perché tolgono spazio alle provviste. Solo la più piccola può portare il coniglio che continua a stringere al petto perché non sa che cosa sta succedendo. Immagina di partire senza sapere dove andare né se mai potrai tornare o se mai ritroverai quella casa che stai ancora pagando o dove sei vissuto da sempre. Immagina di metterti in coda insieme a tutte le persone che conosci del tuo quartiere e che non sai se rivedrai mai più. Immagina di dover spiegare ai tuoi figli quello che sta succedendo, ma soprattutto di doverlo fare a te stesso. All’improvviso non hai più una casa, non hai più un lavoro, non hai più soldi, solo i vestiti che indossi, gli occhi angosciati di tua moglie, quelli addolorati di tua madre con il diabete. Immagina di svegliarti una mattina e di scoprire di essere un profugo. Sta succedendo ora, in questo momento, centinaia di migliaia di persone stanno fuggendo dalle loro case nel Libano. Si precipitano nelle loro macchine, sulle motociclette, sui furgoni e vanno alla ricerca di qualche centro di accoglienza, sfidando i bombardamenti e qualche volta non vincendo. Succede in Libano, succede in Afghanistan, succede in Iraq, succede durante qualsiasi guerra. Significa abbandonare tutto per potersi salvare, significa abdicare la propria vita e cercare di costruirne un’altra che non sarà mai più la stessa. A volte lungo questo viaggio all’inferno le famiglie si dividono, le persone muoiono senza che nessuno lo sappia. Si perde il proprio nome, si perde il proprio stato, si rinuncia a tutto e si vive giorno per giorno in mezzo a tanta gente, senza privacy, senza scopi se non sopravvivere. Si diventa tutti uguali, una massa di gente che ha fame, che ha freddo, che paga per una guerra che spesso non capisce. Più o meno 13 milioni di profughi in tutto il mondo. In Libano sono 700 mila i profughi, molti sono andati in Siria, molti altri sull’Isola di Cipro, altri nei centri delle Nazioni Unite allestiti in Libano, altri sono nascosti nelle case e non sanno come fuggire. I palestinesi sono milioni, vivono negli Stati intorno ad Israele ancora nei campi profughi che da cinquant’anni non hanno mai abbandonato, non hanno mai neanche pensato di costruirsi una nuova vita nel posto che li ospita tanto era il desiderio di poter tornare. Ma era solo un’illusione che i vertici della politica mediorientale, spesso continuano ad alimentare per usarli a secondo del momento. In Pakistan vivono due milioni di afghani, molti altri sono tornati indietro, avevano lasciato le loro case già distrutte da trent’anni di guerre per ritrovarle ancora più distrutte. Gli operatori internazionali  hanno insegnato loro a camminare sulle strade e a non attraversare i campi infestati di mine di uomo, hanno spiegato che la guerra continua anche quando si smette di sparare. In Iraq molti cristiani se ne sono andati, la violenza interreligiosa, le minacce li ha costretti a ripiegare in Siria dove si sono creati veri e propri villaggi cristiani. E poi ci sono gli africani, i sud americani, i bosniaci, un mondo parallelo fatto di persone cacciate o scappate dal loro paese. Un giorno in Pakistan conobbi Khursi, trasudava di dolore. Era di Kabul, aveva 24 anni, tre figli, i capelli ricci legati con un nastro blu e un vestito stinto che le scivolava addosso lungo il corpo magro. Dimostrava almeno 15 anni di più. Faceva la maestra in Afghanistan, poi con l’arrivo del regime talebano, era fuggita con la famiglia in Pakistan in un campo profughi. Il marito, un uomo violento e senza scrupoli, aveva costretto la moglie a prostituirsi per guadagnare qualche soldo, un giorno lei restò incinta, e il marito la trascinò in ospedale per farla abortire. Quando si svegliò, la sua famiglia era scomparsa. Lui se n’era andato portando via i bambini e abbandonandola al suo destino. Dall’ospedale, sola in un mondo dove una donna deve vivere sotto la protezione di un uomo della famiglia, si ritrova confinata in un istituto statale, una specie di orfanotrofio per donne: una sera, una delle guardie che presidiano il posto, bussò alla sua camera, “preparati” le disse. Si ritrovò nel fango della prostituzione e più gli uomini abusavano di lei, più il suo mondo si restringeva, potevano violare il suo corpo, non la sua mente. Essere profughi significa anche vivere nel limbo di una vita che non c’è. Significa perdere ogni sicurezza, ogni sogno, ogni ambizione. Significa essere alla mercé di chi ti aiuta che a volte è molto buono e altre molto cattivo. Questo è successo durante ogni guerra, questo succede oggi in Libano, in questo momento, mentre uno si beve il suo caffè circondato dalle tue certezze. Che in un attimo possono sparire. Immagina di abbassare la tazza e di scoprire che questo non è l’incubo di qualcun altro, ma anche il tuo.

 

Giornalista di guerra e scrittrice

2 Comment on “IMMAGINA DI SVEGLIARTI UNA MATTINA…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: