di Barbara Schiavulli per l’Eco

 

AVIVIM (sul confine) – In pochi minuti avrebbero attraversato il confine per raggiungere i loro compagni in battaglia nel villaggio libanese di Bin Jabeil, dove solo qualche ora prima avevano visto con sgomento tornare 9 morti, 27 feriti. Nel cuore della notte, i soldati del tredicesimo battaglione della brigata Golani si sono stretti intorno al loro comandante. Una volta oltrepassata la frontiera torneranno indietro solo a battaglia conclusa, sulle loro gambe o su una barella. In quel momento dietro a quelle facce sporcate di nero per mimetizzarsi con il buio si pensava solo a questo. “E’ il vostro turno”, ha detto il capitano Ori Lavie pesando bene ogni parola. “E’ il vostro turno di proteggere il confine. E lo faremo, in qualsiasi modo, contro qualsiasi forza, nel miglior modo possibile. Se non lo facciamo, non abbiamo diritto di esistere”. I ragazzi armati dalla testa ai piedi eccitati di entrare nel vivo della guerra, pendono dalle labbra del loro comandante. Si sentono forti, invincibili, credono che a loro nulla possa accadere, anche se a qualche chilometro di distanza i loro compagni ancora vivi giacciono in un letto di ospedale, ricordando quello che loro hanno saputo descrivere, solo come l’inferno. “Non perderemo questa guerra”, dice Lavie. Gli occhi del capitano si abbassano, i visi dei ragazzi si tendono verso di lui, e come in un teatro, il capitano sussurra: “Chi non può proteggere la propria libertà non la merita. Quando i missili cadono sul nord di Israele, quando due soldati vengono rapiti e dieci uccisi, non c’è più tempo per parlare, bisogna combattere”. I visi brufolosi dei soldati dove il più grande al massimo avrà 22 anni, si accendono e annuiscono con forza. Sono pronti, sono carichi. Ci credono, ma ci credono anche quelli che stanno dall’altra parte, gli hezbollah. “Dal momento in cui attraverserete il confine, dovete essere in massima allerta, super vigili. Siamo minacciati da ogni lato. Ognuno di voi è responsabile per i suoi compagni”. Il gruppo si alza, sanno cosa devono fare, hanno trascorso la giornata a studiare le tattiche e le regole di ingaggio, hanno pulito le armi, stretto i giubbotti antiproiettile, sistemato le chiusure dell’elmetto. Hanno controllato che la radio funzionasse, e che avessero bende a portata di mano. Per ultimo, hanno tirato fuori la vernice per mimetizzarsi e a vicenda si sono truccati i volti. Anche con le facce annerite, sembrano ancora troppo giovani per tutto questo. Sono stati tenuti occupati, per far si che l’emozione non li travolgesse. I rabbini militari hanno distribuito i salmi e offerto preghiere. “Dobbiamo essere i primi a sparare – dice Lavie che sta per concludere – dobbiamo sorprenderli. Il contrario non esiste”. Chi sbaglia muore. “Ognuno è responsabile per se e per gli altri, siamo tutti nella stessa barca”. Una “barca” di cui fanno parte solo da otto mesi, la loro esperienza militare si basa su una breve attività nella striscia di Gaza all’inizio del mese. Alcuni di loro hanno il terrore degli occhi. Altri ammettono di aver sognato di combattere dal momento in cui hanno cominciato il servizio militare. “Sono stato nell’esercito per sei anni, e non ho mai avuto una compagnia migliore. Siete dei leoni, nessuno ucciderà i terroristi come farete voi”, conclude Lavie. E’ il momento, c’è solo il tempo di chiamare a casa, alcuni però non hanno voluto dire ai genitori dove sono. Le piccole luci dei telefonini brillano nel cielo senza stelle. I messaggini partono veloci verso le fidanzate. Il confine è a due passi. Oltre ad alcuni filari di alberi di mele, oltre una strada sterrata, oltre una recinzione. Oltre la vita verso la morte. Per loro o per qualcun altro.

Giornalista di guerra e scrittrice

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