di Barbara Schiavulli

HAIFA – “Chi non può proteggere la propria libertà non se la merita”, sono le parole che il Capitano Ori Lavie ha pronunciato poco prima che una nuova unità di giovani soldati israeliani entrasse in Libano, solo poche ore dopo che 9 soldati morti e 22 erano stati feriti erano stati riportati indietro nella la battaglia per controllare Maroun al Ras e Bint Jabeil. Una battaglia che si continua a combattere. Uno smacco per l’esercito israeliano, quello di essere caduti in un’imboscata degli hezbollah, nonostante anche loro abbiano subito molte perdite, 30 dicono gli Hezbollah, tre volte tanto sostengono i militari israeliani. Comunque, un colpo, la perdita di nove soldati, che è rimbalzato nelle case della gente, nei rifugi e tra le poltrone della politica. “In guerra si muore, a volte ci sono incidenti, altre volte si commettono errori, ci saranno, purtroppo altre vittime”, ammette il generale Shuki Shachor, vice comandante delle forse del Nord. Senza contare che in 16 giorni di guerra non sono diminuiti i missili che arrivano nel nord di Israele, solo ieri un’ottanti e 9 feriti. E questo ai vertici del potere, che prima o poi, dovrà rendere conto all’opinione pubblica, non piace. Per ora il 95% degli israeliani, secondo un sondaggio del quotidiano Maariv, considera corretta la condotta del governo di Olmert e solo il 12 % auspica una trattativa. Si è creata così la prima spaccatura tra governo e generali, tra politici e militari, tra chi pensa che un’invasione di massa potrebbe essere pericolosa per i soldati e chi invece è pronto a subire delle perdite pur di raggiungere l’obbiettivo. Il gabinetto di sicurezza presieduto dal premier Olmert che si è riunito ieri ha deciso di negare le richieste dell’Esercito e di non espandere il fronte di guerra. Un no secco, deciso e sentito. Uno schiaffo che l’esercito prende a piena faccia all’indomani della peggiore giornata di guerra da quando è cominciata. Il consiglio dei ministri ha però accettato di richiamare almeno tre divisioni di riservisti, migliaia di soldati che saranno pronti ad entrare nel caldo delle operazione se e quando ce ne sarà bisogno. In ogni caso, per ogni futura operazione ci dovrà essere sempre l’approvazione del gabinetto. Un altro punto fondamentale che i ministri hanno voluto fosse chiaro è che non c’è alcuna intenzione di aprire un nuovo fronte contro la Siria. L’unico che ha espresso un parere favorevole ad attaccare Damasco è stato il ministro della pubblica sicurezza Avi Ditcher. “Mai più Hezbollah, alle porte di Israele”, dice il ministro della difesa Peretz e diventa parola d’ordine. Quello che il mondo politico israeliano ha deciso è di continuare i bombardamenti con i raid aerei, di aumentarli se necessario, di fare entrare le truppe per operazioni tattiche fulminee. “In un villaggio come Bint Jbeil, dove i residenti sono stati avvertiti di andarsene e dove rimangono solo i combattenti degli hezbollah, si dovrebbe bombare dal cielo e con l’artiglieria da terra, prima che le truppe entrano”, ha detto il Haim Ramon, il ministro della giustizia che ha chiesto al consiglio di autorizzare bombardamenti contro le infrastrutture civili utilizzate dagli hezbollah, come le centrali elettriche. Il ministro Eli Yshai, membro del gabinetto è più che d’accordo: “L’aviazione deve bombardare tutti i villaggi che mostrano resistenza, dopo che gli abitanti sono stati avvisati che devono andarsene. Non dobbiamo entrare con truppe di terra in paesi dove si potrebbero nascondere gli Hezbollah, prima di averli trasformati in sabbia”. Gli israeliani non invaderanno, almeno per il momento, ma neanche freneranno le loro operazioni contro gli Hezbollah. D’altra parte Israele ha avuto carta bianca dalla conferenza di pace, che si è tenuta due giorni fa a Roma, o almeno questa è la percezione che i vertici della politica israeliana hanno avuto: “La Conferenza di pace di Roma ci ha luce verde, dandoci l’autorizzazione a continuare le operazioni contro Hezbollah”, ha detto il ministro della giustizia. Immediata la replica dell’Unione Europea: Israele non ha compreso i risultati della conferenza, i combattimenti in Libano dovrebbero cessare immediatamente. Se hanno capito che devono continuare sono totalmente in errore”, ha precisato il finlandese Erkki Tuomioja, attuale presidente dell’Unione Europea.

Giornalista di guerra e scrittrice

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